Al tavolo di Amalia

di Laura Mattera Iacono

Forza ragazzi

È  un caffè a Ischia Ponte da dedicare a Voi, ragazzi maturandi che oggi, giorno prima degli esami, state soffrendo le pene dell’inferno.

Non è un caso che abbia scelto proprio questo caffè. A sinistra nella foto vedete Renata Pilati, la mia prof di storia e filosofia nell’anno della maturità. I ricordi corrono come brividi sulla schiena. Non fu un buon esame il mio, non sono mai stata una buona studentessa. Però la vita me lo sono goduta lo stesso con i suoi momenti belli e brutti.   Quell’esame per me appartiene ai momenti bruttini. Ero troppo emotiva? Forse. Soprattutto in quella occasione non ebbi il coraggio di essere me stessa. Buttai giù un tema d’italiano provando a scrivere quello che volevano “loro”, i prof. Errore madornale. Fui promossa superando di poco la sufficienza.

E allora, ragazzi, permettetemi di dirvi qualcosa, da vecchiaccia quale sono. Siate voi stessi quando scrivete. E quando all’orale affrontate  i prof, guardateli negli occhi, senza sfidarli, sorridendo. Tenete alto il tono della voce, scandite bene quello che dite. Esprimete  la gioia di chi sta arrivando a una meta importante.

Lasciate che venga fuori la vostra forza, il vigore della vostra giovinezza. Dimenticate a casa le vostre paure e insicurezze. Concentratevi solo su quei fogli da riempire e sulle parole da pronunziare.

L’esame in fondo è come un calcio di rigore. Può andare davvero bene solo se avrete fiducia in voi stessi, se rimarrete concentrati su quel pallone, se non vi lascerete distrarre dalle smorfie del portiere, dai fischi del pubblico, dalle ingiustizie dell’arbitro.

E intanto da tutto il Tavolo, da Teresa, Isabella, Anna e dalla nostra graditissima ospite Renata, un carissimo:  In culo alla balena!

 

Mi è successo a Berlino

Sono appena passate le 18:00 quando decido di far rientro in albergo. Sono esausta e poi alle 20:00 comincia la partita che trasmettono in TV. È la finale di Coppa di Germania, mica uno scherzo. Per la verità la TV in camera non funzionava, quando sono uscita la mattina. Ma ho segnalato il problema, avranno certamente provveduto.
Mi incammino lentamente per Unter den Linden verso Potsdamer Platz. Intorno a me vedo ancora tifosi del Dortmund con le loro maglie giallo nere, qui e lì qualche sparuto gruppo di tifosi del Frankfurt, in maglia bianca o rossonera.
Arrivo in piazza e trovo subito le indicazioni per la U-bahn. Dovrò prendere la U-2 fino a Bismarckstraße e poi di lì la U-7 che dopo un paio di fermate mi porterà nei pressi dell’albergo. Il tragitto è abbastanza lungo, ma ho tempo e poi qui i trasporti filano che è una meraviglia.
Arrivo al binario e … mio Dio! Che succede? Ci sono gruppi di tifosi del Dortmund e del Frankfurt che attendono. Qualche giovane è già attaccato alla bottiglia di birra. La U-2 porta all’Olympiastadion. Uh mamma… mi guardo intorno: neanche l’ombra di un poliziotto. Non c’è nemmeno un servizio d’ordine o qualche steward. Intanto arriva il treno: è già abbastanza pieno. Dentro ci sono tifosi dell’una parte e dell’altra, altri salgono. Che faccio? Salgo? Decido di salire, anche perché alle mie spalle vedo sopraggiungere altri gruppi di tifosi.
A bordo del treno, nella stessa vettura, i tifosi dei due diversi schieramenti sono divisi in gruppi. Quelli del Dortmund sono più numerosi, ma quelli del Frankfurt sono presenti e si fanno sentire. E cominciano i cori, quelli da stadio, ritmati.  Prima gli uni, poi gli altri. Mi sento in mezzo a un campo di battaglia. Ho PAURA.
Il treno parte, ma fino a Bismarckstraße ci sono almeno 10 fermate. La mia inquietudine aumenta.
A una fermata salgono alcune signore senza nessun vessillo, sembrano non interessante alla partita. Le interrogo con lo sguardo, studio i loro gesti, il loro comportamento. Non hanno paura? No. A un certo punto cominciano a sorridere. Poi, dopo un coro di quelli del Dortmund, scoppiano in una risata che si fa ancora più fragorosa alla risposta di quelli del Frankfurt. Sinceramente non capisco tutto quello che scandiscono i tifosi, non ho un orecchio abbastanza allenato per questo. Qualche parola però mi sembra abbastanza pesante. Ma le signore, insieme a ad altri passeggeri che intanto sono sopraggiunti, ridono di gusto. Anche un paio di giovani del Frankfurt, proprio vicino a me, si divertono tanto.
Purtroppo arriva la mia fermata e devo scendere. Quel senso di inquietudine  e perfino di paura si era trasformato in stupore e divertimento.
Poco prima di arrivare in albergo mi fermo a comprare un panino e una bottiglia d’acqua. Ed eccomi in camera, accendo la TV e … Nooooooo. La Tv non funziona! E ora? Mi comporto alla napoletana. Stacco la presa e la riattacco. Ecco, la TV funziona, alle 20: 00 comincia il collegamento. Lo stadio è gremito, il pubblico dà spettacolo, la partita non sarà da meno. Vince il Dortmund.
E la mia avventura a Berlino continua …

A spasso per Berlino

Berlino_Porta_BrandeburgoMi sveglio sudatissima nella mia camera d’albergo di Berlino. Ho trascorso la notte a lottare contro il piumino tedesco che faceva da contraltare al caldo infernale esploso proprio al mio arrivo, il giorno prima. Nessuna traccia in armadio di un lenzuolo o di una copertina più leggera.
Mi conforta un’ottima colazione tedesca con caffè lunghissimo, pane integrale in tutte le gradazioni e il salato che predomina sul dolce. Prima di uscire raccomando al personale: “La TV non funziona”. “Ach ja, das kontrollieren wir gleich!”.
Mi tuffo in quella città che ho tanta voglia di scoprire. La fermata della U-Bahn, la metropolitana sotterranea, è a pochi passi. Anche stavolta, sembra che il treno sia lì ad aspettarmi: pochi minuti e sono a scuola.
Il mio  corso di traduzione in ambito giuridico- economico comincia con qualche parola di benvenuto. Ci presentiamo: sono vecchia del mestiere e forse proprio per questo sento il bisogno di aggiornarmi, di confrontarmi. Il nostro lavoro è una ricerca continua…
Berlino_Leipziger_PlatzLe ore di lezione, per quanto toste, passano in fretta. Alla fine l’insegnante, Lucia, un’italiana che vive da tempo a Berlino, mi fornisce qualche indicazione turistica: “Dai, vieni, prendiamo l’autobus insieme”. Scendo a Potsdamer Platz e mentre la mia prof prosegue, io mi giro intorno. La piazza è costellata da quei palazzi enormi che sono il simbolo del rinnovamento; a pochi metri di distanza, nella Leipziger Platz, alcuni tifosi del Dortmund,  in attesa della partita della sera, si godono il sole in un angolo verde. Ecco, in  una metropoli piena di gente, di storia, di palazzi antichi e ultramoderni, ricca di cose da fare, da vedere, da visitare, il verde ha un ruolo preminente. Non è un orpello estetico. È un verde che ti accoglie.
E proprio lì vicino noto un’insegna: Spionagemuseum. Die Hauptstadt der Spione. Sì, Berlino è stata sicuramente la capitale delle spie.  Vorrei entrare, poi decido di tuffarmi per Unter den Linden, la strada maestosa che conduce alla Brandenburger Tor. Non puoi andar via da Berlino senza aver visto la Porta di Brandeburgo. E così, mi avvio sotto un sole infernale tra tanta gente: “C’è il Kirchentag”, mi avevano detto. È una giornata organizzata dalla Chiesa Evangelica.
Berlino_Memoriale per gli EbreiPoco prima di arrivare alla meta, non posso fare a meno di fermarmi. Il Denkmal für die ermordeten Juden, il Memoriale per gli Ebrei assassinati, attira la mia attenzione.  È un  campo di stele che nella sua tragica semplicità, ti lascia di stucco.
Ed eccomi finalmente alla Porta di Brandeburgo: su un lato fervono i preparativi per un concerto serale, dall’altro tanta gente intona canti di pace. Alcuni poliziotti, pur armati di tutto punto, non fanno pesare la loro presenza. I controlli sono invece affidati a persone in borghese, forse volontari della Chiesa. Un cartello avverte di preparare le borse. Mi metto in fila e dopo il controllo, una signora mi si avvicina: sobbalzo, mi spavento. “Keine Angst! – mi dice sorridendo – Metto un nastrino alla Sua borsa per indicare che è già stata controllata”,  Ah, ma certo, faccia pure. Vorrei rimanere, ma sono stanca. La mia giornata a Berlino è stata molto intensa.
Eppure quello che sta per succedermi, è davvero incredibile. È un’avventura che ricorderò a lungo.
Un po’ di pazienza e vi racconterò.
L’articolo precedente, lo troverete qui: In viaggio 

 

 

 

L’interprete in tribunale

Sono stata a Berlino per un corso di traduzione in ambito economico e giuridico e riprenderò presto a raccontarvi di quell’esperienza e non solo per il corso.

Ma a proposito della traduzione in ambito giuridico, vorrei parlarvi di un argomento particolare, poi ve ne spiegherò il motivo. L’interprete in tribunale. Sapete cos’è? Sapete cosa deve fare?
A me è capitato di entrare in un’aula di tribunale come interprete. E vi posso garantire che è un ruolo difficilissimo. Non è solo l’argomento, non è solo la situazione che può essere molto critica  e non è soltanto l’onorario irrisorio con il quale ti liquidano, a rendere il compito molto complicato. È l’ambiente stesso nel quale lavori che ti rende tutto davvero tremendo.
Avvocati, magistrati, funzionari  di cancelleria spesso non hanno idea di cosa devi fare, delle difficoltà cui vai incontro e delle competenze che devi avere. Più volte mi son sentita dire da avvocati e da funzionari di cancelleria: “Lei non deve capire, deve solo tradurre!” Oppure: “Lei deve fare semplicemente una simultanea (sic!). Le persone che parlano, dicono delle cose e Lei deve tradurre parola per parola. Tutto qui”. Vi assicuro che tutto quello che dico è vero.

Mi capitò una volta, non molto tempo fa,  di essere chiamata di urgenza per una causa civile. Mi dissero: “Dai, vieni, altrimenti salta l’udienza … “ Andai con il cuore in gola. L’argomento era difficilissimo, un’intricata situazione finanziaria, e io non avevo un briciolo di materiale.  Alla fine uno degli avvocati ammise: “Effettivamente ci voleva una Laurea in Scienze delle Finanze”. Andò bene, me la cavai con l’esperienza o forse perché un Santo in Paradiso quel giorno aveva deciso di proteggermi.
Altre volte in processi penali ho dovuto affrontare situazioni emotive molto forti che, inserite nel contesto linguistico, diventano davvero tremende da gestire. Tutto questo, mentre le voci si sovrappongono, la tensione è altissima e pochi si curano dell’interprete.

Le cronache giudiziarie ci hanno raccontato di interpreti che in tribunale non hanno saputo svolgere il loro lavoro. Molti hanno puntato il dito su queste persone che talvolta si improvvisano nel loro ruolo, non sono professionisti, non hanno una formazione. Può essere che sia questa la causa. E tuttavia, permettetemi una domanda: siamo sicuri che quegli interpreti siano stati messi nelle condizioni migliori per lavorare? Quegli interpreti conoscevano l’argomento, avevano documentazione in merito?
Per avere del materiale, l’interprete deve fare debita richiesta al Giudice.  E il Giudice potrebbe anche respingere la richiesta o magari rendere disponibile il materiale solo pochi minuti prima dell’udienza. Con conseguenze che possono essere tragiche.

Ora vi chiedo, un interprete di conferenza – quello che fa la simultanea per intenderci – non chiede di documentarsi sull’argomento ben prima di entrare in cabina? Un avvocato entrerebbe in aula a rappresentare qualcuno, senza conoscere tutti i dettagli del caso? E gli esempi potrebbero essere tanti.
Da più parti si chiede che la professionalità di interpreti e i traduttori giudiziari sia garantita attraverso un albo. Giusto. Si fanno appelli perché l’onorario dell’interprete e del traduttore giudiziario sia quantomeno dignitoso. Sacrosanto. Perché tutto questo avvenga è necessaria una premessa: magistrati, avvocati e funzionari di cancelleria devono conoscere meglio il lavoro dell’interprete e del traduttore, devono essere consapevoli delle competenze e della professionalità che un lavoro del genere richiede. Finché ci sentiremo dire  “Lei non deve capire, deve solo tradurre”, non arriveremo mai da nessuna parte, saremo sempre relegati nel retrobottega.

Vi racconto tutto questo perché proprio oggi, 9 giugno, si terrà ad Alessandria  un Seminario sul ruolo dei traduttori e degli interpreti in ambito giudiziario.  Il Seminario è stato promosso dall’Ordine degli Avvocati e vedrà la presenza importante dell’ANITI, l’associazione traduttori di cui faccio parte. Ecco, io credo che questa sia la strada da seguire: il dialogo diretto tra  traduttori/interpreti e gli addetti ai lavori.

Scusatemi per lo sfogo, ma dopo trent’anni di carriera, ogni tanto mi succede di alzare la voce.
Vi do appuntamento a  presto sulle strade di Berlino.

In viaggio

Berlino  Il volo per Berlino è alle 13:55, posso partire con comodo da Ischia. Ma al porto mi attende la prima sorpresa: le corse aliscafo Alilauro delle 10:00 e Caremar delle 10:15 sono sospese per motivi tecnici.  Si sono rotti tutti gli aliscafi? Quel senso di inquietudine che ogni volta,  prima di un viaggio in solitaria,  mi attorciglia l’intestino, si trasforma in sconcerto. Mio Dio, che faccio ora?  Dopo aver penato tanto per trovare un albergo, rischio di non partire?  Ah, ecco che spunta un aliscafo, arriva da Casamicciola. Perché non ci fanno salire? Non si sa. Poi saliamo, il biglietto si fa a bordo. Cose che succedono a Ischia, anche a inizio estate.

In aeroporto un’altra sorpresa. Il volo è in ritardo di almeno un’ora. Non importa, ecco si decolla finalmente.
Intorno alle 18:00, mentre il sole è ancora alto, atterro a Berlin Schönefeld.  Un tempo era l’aeroporto di Berlino Est, ora è stato ampliato,  rimodernato, reso idoneo al consumismo.  Ma la scritta DDR resiste qui e li:  sugli scaffali dei depliant turistici o nell’insegna di una gelateria.
Appena esco, mi perdo. Non ho il minimo senso dell’orientamento e nonostante abbia studiato minuziosamente la piantina prima di partire, non riesco a trovare il varco che mi conduce alla S-bahn. Una gentile signora mi indica la strada. Ci sono. Ma bisogna fare il biglietto: come diavolo funzionano le macchinette? Ecco che tra la gente spuntano dei signori in maglietta rossa: ti aiutano, si fanno capire da chiunque. Una persona in fila davanti a me parla in napoletano, il signore in maglietta rossa capisce e si fa capire. Berlino è divisa in settori, forse per una reminiscenza storica. A e B sono i settori di Berlino città, C è il settore periferico. Faccio il biglietto per il settore AB e seguendo le indicazioni corro al binario. La S-Bahn, la metropolitana di superficie che ti porta a spasso per Berlino permettendoti di fare conoscenza con la città, sembra che sia lì  ad aspettarti. Nessuna attesa sui binari.
Una signora tedesca fa il mio stesso tragitto. “Vengo da Bonn in aereo”, mi dice. “C’è stato un incidente in aeroporto qui a Schönefeld, un bar ha preso fuoco, per questo tutti i voli sono in ritardo”. La mia avventura a Berlino è cominciata proprio bene. “Aber kein Attentat”, aggiunge lei sorridendo. Meno male.
Intanto la signora mi spiega che in questo fine settimana Berlino sarà piena di gente: “Domani 27 maggio ci sarà il Kirchentag, un incontro della Chiesa Evangelica. E poi c’è la partita: la finale di Coppa di Germania tra Dortmund e Frankfurt. Ci sarà molta gente di Dortmund”. Ecco perché non riuscivo a trovare l’albergo!
La signora mi dà qualche indicazione turistica, poi scende un paio di fermate prima di me:  “Viel Spass in Berlin”. Danke, le rispondo.
Sono arrivata anche io,  l’alberghetto che avevo trovato a un prezzo abbastanza alto è poco distante dalla fermata. Appena arrivo, mi chiedono di pagare il conto, per quanto avessi lasciato all’agenzia online tutte le garanzie possibili. Non mi sembra un buon modo di dare il benvenuto. “Ma dove sarà finita la Vertrauen tedesca, la fiducia di cui vanno tanto fieri?”. Non batto ciglio, pago.
La camera è luminosa, ma spartana: il letto, il bagno, una TV che non funziona. Poso la borsa e vado a caccia di qualcosa da mangiare. Mi infilo in un pub. Mi servono un’insalata dai sapori internazionali. La birra, indiscutibilmente tedesca, è ottima.
E la mattina dopo, comincia la mia avventura

Tristezza

crollo_2Il primo caffè a Ischia Ponte dopo il mio ritorno da Berlino, ha un sapore un po’ amaro. Teresa è giù di morale. Durante la mia assenza, un turista tedesco ha perso la vita per un incidente nel corso di un’escursione sulle nostre colline. “Conosco quella strada – mi dice Teresa – è assurdo”.
Non conosco la dinamica dell’accaduto, non posso giudicare. E tuttavia i lettori di questo blog sanno quante volte nel corso delle passeggiate nel nostro verde, abbiamo scoperto insieme i sentieri trascurati, lo stato di abbandono di alcune zone, i pericoli che esistono in alcuni punti.  Uno dei sentieri che conduce a Buceto, la voragine che si è aperta dopo anni di segnalazioni,  è solo un esempio di tutto questo.
Le domande che si pongono a questo punto sono fin troppo ovvie. A Ischia si adoperano finanziamenti pubblici per realizzare discutibili megaparcheggi, si ipotizza la realizzazione di megapiazze, si sciupano soldi per riassettare zone che non avrebbero bisogno di niente. E l’ordinaria manutenzione? La pulizia e la messa in sicurezza dei sentieri? L’attenzione al nostro verde che sta morendo? Niente, tutto questo non esiste.
In due Comuni dell’isola a breve si svolgeranno le elezioni. Sento i candidati di ogni schieramento parlare di “bella Ischia”, di “Ischia che si rinnova” e di tante belle cose. Ma permettete una domanda, cari candidati:  voi conoscete davvero la bellezza di Ischia? Avete mai infilato un paio di scarpette per farvi un giro a piedi in collina o per le nostre strade meno centrali? Credo proprio di no!
Ah, presto vi racconterò il mio soggiorno a Berlino 

A Berlino con Martin Walser

 

Desideravo visitare Berlino da quando oltre vent’anni fa, lessi il libro di Martin Walser, Die Verteidigung der Kindheit, edito da Suhrkamp nel 1991.

È la storia di Alfred Dorn che conduce una vita da spericolato pendolare tra la Germania Est e Berlino Ovest proprio mentre le due Germanie si dividono.
Ma Alfred Dorn è anche la vittima di un’altra guerra: il conflitto tra la madre e il padre.  È un susseguirsi di emozioni, ma anche un viaggio nella storia di Berlino e della Germania.
Sono all’aeroporto di Napoli, in attesa dell’imbarco. Il mio soggiorno a Berlino sarà breve. Il libro mi farà compagnia

I luoghi di Ischia: Villa Arbusto

Villa Arbusto a Lacco Ameno Ischia

Ci sono stata domenica mattina a Villa Arbusto, seguendo l’archeologa Mariangela Catuogno che come un nocchiero su una nave, ci ha condotti qui, a Lacco Ameno,  concludendo il viaggio  che  ci ha permesso di conoscere e apprezzare la storia antica di Ischia. Nel corso dei 4 incontri alla Biblioteca Antoniana organizzati dal Centro Studi Isola d’Ischia, la giovane archeologa era riuscita a rendere semplice quello che solitamente è difficile, appassionante quanto di solito è considerato noioso, attuale quello che si definisce morto e sepolto.  Aveva lasciato che a parlare fossero gli oggetti, i reperti, facendo percepire al pubblico quanto sia ricca la storia di Ischia.

A Villa Arbusto, dunque, si conclude il nostro viaggio, nel Museo archeologico di Pithecusae che conserva le testimonianze vive della presenza a Ischia non solo dei Greci di Eubea, ma anche di altre popolazioni  che, insieme agli indigeni avevano dato vita a una società multietnica, accogliente, che tra l’altro doveva avere straordinarie modalità di comunicazione. Per un resoconto dettagliato della visita e del viaggio con Mariangela Catuogno, vi invito a leggere il bel contributo di Isabella Marino su Quischia.

Seguo il gruppo nelle sale del Museo: quegli oggetti, lavorati con tanta maestria, sembrano parlare. D’un tratto mi distraggo. Vedo due signore tedesche che guardano gli oggetti e cercano di capire. Mi avvicino, do qualche spiegazione, loro mostrano interesse…. poi mi sento sgridare. Le nostre voci coprono quella di Mariangela Catuogno. Mi scuso, ho fatto una figuraccia. Però, permettetemi una domanda: i turisti tedeschi che sono ancora numerosi sulla nostra isola, hanno notizie sufficienti su Villa Arbusto? Ho sentito dire che il Museo non è neanche inserito negli itinerari turistici per i Tedeschi. Spero davvero che la notizia sia priva di fondamento, perché sarebbe clamorosa. È noto che i Tedeschi in genere sono molto interessati all’archeologia.

Intanto la visita è terminata. Esco fuori  e mi guardo intorno imbarazzata.  Il parco, l’architettura, il paesaggio testimoniamo uno splendore antico un po’ sciupato. La Villa era stata costruita dal Duca d’Atri alla fine del ‘700, era stata poi proprietà di famiglie nobili, ha ospitato personaggi illustri. Poi, negli anni ’50 del secolo scorso fu acquisita dal Rizzoli, l’Angelo, che la rese residenza estiva per la sua famiglia. Infine dopo una dura battaglia legale con un erede del Rizzoli Angelo, l’Amministrazione Comunale di Lacco Ameno è riuscita ad acquisirla al patrimonio del Comune, inaugurando poi il Museo nel 1999. Tutto molto bello. E tuttavia mi permetto di dire che questa splendida cornice e questi tesori inestimabili meriterebbero un po’ più di cura e un po’ più di rispetto.
Sono stata polemica? Perdonatemi. Vi offro un caffè.

 

“Non dirlo a nessuno”

Le_mie_pagliuzzeMa come avrà fatto? È la prima domanda che mi sono posta quando ho saputo che Dora Buonfino aveva scritto un libro su una sua esperienza atroce. La sua infanzia era stata violata, fin dall’età di 5 anni.  Avevo incrociato l’autrice per caso tempo fa sul web. Il suo blog “Almeno Tu“, contiene  racconti che mi avevano coinvolto per l’intensità, la sofferenza, talvolta per il senso di perdita. Niente tuttavia mi aveva lasciato intendere che la sofferenza potesse essere stata tanto grande.
Come avrà fatto? continuavo a chiedermi, mentre aspettavo di avere il libro tra le mani. La scrittura è terapeutica, certo. Ma può essere anche una lama che si infila in una piaga.

Non appena cominci a leggere, capisci che il racconto è vero. Immagini, luoghi, persone sono certo camuffati. Vere tuttavia sono le sensazioni che la protagonista prova e trasmette, tanto che il libro ti attira e ti ripugna. Ogni pagina che giri, suona come un ceffone in piena faccia al mondo degli adulti. I messaggi che la bambina lancia in famiglia non sono recepiti. “Non dirlo a nessuno” le dicono i pochi ai quali la  giovinetta confida il suo dramma. Il rapporto con un giovane, lungi dall’essere un amore da vivere, diventa una “gabbia dolce“, un’ancora alla quale lei si aggrappa. E così la solitudine, la vergogna, quella sensazione di sporco che le si attacca addosso,  sembrano schiacciarla. L’abuso sui minori è uno di quei casi in cui paradossalmente e vergognosamente la vittima si sente colpevole.
Come avrà fatto? La risposta arriva nelle ultime pagine. Dora si guarda allo specchio, senza paura, con la voglia e la forza di cominciare a vivere.
Tra i tanti messaggi che un libro così intenso e drammatico vuole lanciare, uno in particolare mi sento di sottolineare. È necessario riformulare il significato di famiglia. Non più dominio e possesso, ma rispetto e capacità di ascolto.
Mi è piaciuto molto “Le mie pagliuzze” di Dora Buonfino, Le Parche Edizioni. Ne parlerò a Teresa al nostro prossimo caffè.

Luoghi di Ischia: S.Pietro

Non è mai stata la mia spiaggia”, dice Teresa mentre arriviamo a S. Pietro, nei pressi del Porto di Ischia. In effetti noi siamo solite frequentare il mare a due passi da casa, tra La Mandra e Ischia Ponte. Ma per quel pizzico di curiosità che ci contraddistingue,  una mattina decidiamo di andare proprio a S. Pietro a prendere il nostro caffè. Vogliamo goderci una bella passeggiata prima della calca estiva.

In questi ultimi anni è diventata il punto di riferimento  dei giovani”, fa notare ancora Teresa. E la ragione forse è semplice: una rete da beach volley sull’ampio tratto di spiaggia libera è il segno evidente di tornei estivi, magari molto infuocati. Sono le 9:30, la gente è poca. Un bambino si rotola sulla sabbia, una signora porta a spasso il suo piccolo in passeggino, gli stabilimenti sono già in fermento.
Il cielo è grigio, il sole lotta per affermarsi. Dietro di noi il verde delle colline che incorniciano il porto. Davanti a noi Procida, Vivara e il continente si stagliano nitidi all’orizzonte grazie a una discreta brezza. Passeggiamo in riva al mare, ascoltando divertite i commenti di chi evidentemente ci scambia per turiste. Tornando indietro, il richiamo del caffè è troppo forte.

Al tavolo di Amalia a Ischia PortoCi fermiamo al Bagno Rosetta: un arenile ampio e curato, sdraio e ombrelloni pronti per essere adoperati, un bar/ristorante accogliente. “È gestito da donne”, dice Isabella vedendo due signore indaffarate. Le parole mi si fermano in gola. Isabella capisce e precisa: “Oggi è gestito da donne!”.
E lì all’ingresso del bar ci accoglie una signora gentile, piena di energia: “Ma che piacere, accomodatevi, prendete un caffè!” . È la signora Rosa, una veterana della spiaggia. Riconosce Isabella e comincia a raccontarle del piccolo chiosco che poi piano piano è diventato il bar/ristorante di oggi.  Dalla cucina arriva Caterina, già al lavoro per il pranzo: “Ma che onore!”, mi dice scherzando. Intanto Argo, il dolcissimo cane che i lettori del Tavolo già conoscono, si avvicina a Teresa e le fa le coccole. “Argo era abituato alle lunghe passeggiate. Andava a caccia”, spiega Caterina. La voce è appena mossa da un filo di emozione, un velo di tristezza le copre gli occhi.

Cosa si mangia di buono?”, le chiedo. “Quello che vuoi, basta chiedere”, mi risponde. Vedo sul menu specialità di mare a prezzi ragionevoli. E c’è anche il ragù. “Mi hanno detto che qui il ragù è la fine del mondo”. Lei ride di gusto. “E quando cucini?” incalza Isabella. Caterina risponde seria: “Ogni giorno preparo quello che è in menu. Poco. Così quello che avanza lo mangiamo noi”. E in questa risposta, c’è tutto il suo segreto.
Il caffè che ci ha preparato la giovane Rosa, la nipote della signora,  è davvero ottimo. Io l’ho preso amaro,  come sempre, per sentirne il sapore fino in fondo. Si è fatto tardi, dobbiamo andar via. “Tornate presto a trovarci”, ci dicono in coro le donne. Sì, torneremo presto. Intanto il cielo si è schiarito: il sole ha vinto la sua battaglia.