Al tavolo di Amalia

di Laura Mattera Iacono

La Salumeria di Giuseppe e Failina

Una volta le Salumerie a Ischia erano botteghe piccole e accoglienti.  I salumi, il buon formaggio, il pane caldo appena sfornato, emanavano un profumo che stuzzicava l’appetito fin dal primo mattino. I clienti, residenti e villeggianti, erano sempre gli stessi e la bottega in alcune ore del giorno si trasformava in un allegro punto d’incontro.

Da giovane ho avuto la fortuna di frequentare una di queste botteghe. Era la Salumeria che Giuseppe gestiva con sua moglie Failina. Lui, sempre pronto alla battuta, era addetto al taglio di salumi e formaggi. Lei, sempre sorridente, si occupava della cassa e della consegna del pane.  Soprattutto  era sempre pronta a smorzare con il sorriso qualche piccola polemica che nasceva tra i clienti.  Capitava infatti che all’ora di punta, intorno alle 10:30, qualcuna delle donne in fila si distogliesse dalle chiacchiere  e risate per lamentarsi dell’attesa: “Jamm’ Giuse’ fa’ ambress’, ch’aggia mett’ a’ cucinà’”.  Eh sì, la cucina all’epoca era opera di pazienza che cominciava abbastanza presto. Ed ecco che subito Failina interveniva: “Jamm’ nu poc’ e’ pacienza”.

Failina aveva anche un’altra capacità: riusciva a capire tutto quello che le chiedevano le clienti, soprattutto quelle più anziane che talvolta si esprimevano in un linguaggio tutto loro. E ho potuto sperimentarlo di persona. Quando toccava a me andare a fare la spesa, mi capitava di avere difficoltà a capire quali fossero le richieste di mia nonna, la mitica Donna Luisella. Una volta la nonna  mi chiese  di comprarle i biscotti “Orsana”. “Che biscotti sono?  – obiettai – non li ho mai sentiti”. E mia nonna spazientita: “Non ti preoccupare, tu parla cu’ Failina, lei capisce”. E infatti in Salumeria Failina capì subito: “Non ti preoccupare Laura, sono questi” e ridendo mi indicò i biscotti di una nota marca il cui nome solo vagamente si avvicinava a “Orsana“.

E non finisce qui, perché la nonna aveva tutta una serie di richieste che a me risultavano  incomprensibili: il pane con il cozzetto attorcigliato era un altro dei suoi miti.  E sempre la nonna mi raccomandava: “Parla cu’ Failina, chell’ è brava, capisce. Non parlare cu’ Giuseppe, chill’ è nu’ caperrone”. E a questo punto, amici lettori, dovrete scusarmi, perché tradurre la parola “caperrone” è davvero difficile. Si intende una persona che ha la testa dura e non ha voglia di ascoltarti. Ma la paziente Failina riusciva sempre ad interpretare le richieste della nonna.

All’inizio degli anni ’90, Giuseppe e Failina cedettero la loro Salumeria. Dopo tanti anni di sacrifici volevano godersi la famiglia e la tranquillità  E d’altra parte i tempi stavano cambiando. Le Salumerie, seppur piccole, dovevano rimodernarsi per trasformarsi in Mini-market, dove tutto o quasi è a portata di mano. Non c’era più tempo per le chiacchiere e risate.
Qualche volta incontravo Failina per strada, ma ultimamente non l’avevo più vista. Ieri ho saputo della sua scomparsa. La tristezza si è mitigata solo al pensiero che forse dall’altra  parte Donna Luisella la starà aspettando con un pacco di biscotti “Orsana“. Buon viaggio Failina. Il tuo sorriso mi mancherà.

Vivrà ancora il Bosco della Maddalena?

Il_porto_dalla_MaddalenaL’estate  del ’17 la ricorderemo a lungo qui a Ischia.  Caldo infernale, incendi, tragedie del mare.
Un venticello fresco, quasi settembrino, mi aveva ritemprato lo spirito stamattina, convincendomi  a tornare al Bosco della Maddalena dopo mesi di assenza.
Alberi_sofferentiMi aspettavo di trovare la sofferenza del verde. La siccità è davvero pesante quest’anno.
Appena entrata nel bosco mi sono precipitata lì, in uno dei miei punti preferiti, quello che sovrasta il porto d’Ischia. Il forte maestrale dei giorni scorsi aveva lasciato i segni sul mare ormai calmo: le diverse tonalità dell’azzurro sembravano tracciare confini netti nello specchio d’acqua.
Sottobosco_MaddalenaLo spettacolo da qui è sempre meraviglioso. E tuttavia l’assenza di cura è evidente. Gli alberi risecchiti chiedono aiuto: dovrebbero essere potati o sostituiti. Le zone del sottobosco andrebbero ripulite con regolarità.  Un pensiero mi tormenta: se non si interviene subito, questo bosco morirà.
La_cornice_del_mareNon ho grandi capacità fotografiche. Eppure stavolta voglio lasciare la parola alle immagini.

 

Berliner

Eccolo qui. Un altro Ischitano che vive fuori e torna per le ferie.   Gioacchino Taglialatela è un vero fan del nostro Tavolo, commenta spesso su FB le nostre conversazioni, i nostri caffè,  le nostre passeggiate. E quando torna a Ischia,  offrirgli il caffè è davvero un piacere.
Da anni vive a Berlino, come i I lettori del nostro tavolo ricorderanno. È un Ischitano che soffre di una nostalgia dolce. È legato a Ischia da ricordi d’infanzia e di giovinezza. Soprattutto è innamorato del mare, di cui è un profondo conoscitore. Eppure “ogni volta che torno – dice con amarezza – trovo Ischia sempre terribilmente peggiorata. Il traffico, il caos, la sciatteria …  Chi vive fuori e torna solo di tanto in tanto, si accorge dei cambiamenti molto più di voi che ci vivete”. Sì, è chiaro. Anche noi ci rendiamo conto dei problemi, ma chi vive fuori, inevitabilmente ha un occhio diverso, più sensibile, meno abituato.

Non c’è disprezzo nelle parole di Gioacchino. La sua è rabbia mista ad impotenza. È lo stato d’animo tipico di chi ama la sua terra e se ne sente tradito.
Ha nostalgia Gioacchino, come è normale che sia. Ma la sua è una nostalgia dolce. Non è quel nodo che ti stringe alla gola e ti fa star male. Per alcune circostanze fortunate si è trasferito in una città che gli piace e nella quale si è integrato subito.  “Berlino è fantastica, Berlino ti accoglie”. E racconta di come lui, Ischitano emigrante che parlava pochissimo il tedesco, sia stato accolto dalla gente del luogo.
Appena arrivato, il mio vicino di casa si è presentato e si è messo a disposizione. Poi ho potuto contare sui consigli delle persone del vicinato anche sui problemi pratici, come l’iscrizione dei figli a scuola…
Racconta tanto Gioacchino della città e dei Tedeschi. Isabella lo ascolta stupita. I Tedeschi non hanno una buona fama. Anche io gli pongo qualche domanda: “Ma non è che sono soprattutto formali?”  “Può essere – risponde pronto Gioacchino – Ma è comunque un modo di essere che ti aiuta
E forse possiamo anche dire qualcosa di più. Berlino è una città particolare. È stata il cuore della Repubblica di Weimar, la repubblica che si formò in Germania dopo la prima guerra mondiale e che fu un modello di democrazia, una fucina di spinte culturali, di creatività, magari di utopia. E poi dopo la seconda guerra mondiale ha sofferto più di ogni altra città tedesca la “divisione“. E quel Muro che l’ha attraversata per decenni è una ferita difficile da rimarginare. È solo un’ipotesi, ma io non credo che i Berliner sopportino quell’idea dei Muri che oggi invece sembra andare tanto di moda.
La prossima  volta che vieni – mi dice Gioacchino – ti porterò a scoprire una Berlino meravigliosa che sfugge all’occhio del turista“. In effetti quando sono stata a Berlino nello scorso mese di maggio, lui era fuori per lavoro. “Io verrò presto. Isabella, vieni anche tu, vero?“. Isabella è perplessa, ma la convinceremo.
Intanto Gioacchino ha dovuto interrompere la sua vacanza per qualche giorno per problemi di lavoro. Ma tornerà presto. E sarà ancora ospite al nostro tavolo.

Nelle due foto: Gioacchino Taglialatela e Isabella Marino

La nostra terra parla. Ma chi l’ascolta?

Vi ripropongo un articolo di 3 anni fa. Il sentiero era già trascurato. Oggi la capanna nel verde non esiste più e il terreno intorno alla casetta è franato. Tutto questo prima degli incendi …

Al tavolo di Amalia

Punto pericoloso Punto pericoloso

Pjatavell’, signo’, so’ fave ‘e Murupane, so’ doce’ doce'”. (Le prenda, signora, sono fave di Buonopane, sono dolcissime), A Piano S. Paolo stamattina abbiamo incontrato un gruppo di persone indaffarato. Si prepara la festa della ginestra che si terrà proprio qui la I domenica di giugno. Sistemano il luogo, preparano la legna, puliscono il sentiero che conduce qui da Buonopane. Sono volontari. Uno di loro ci offre la cesta di fave. Omaggio graditissimo, per quanto pesante da portare giù.

Intanto arrivano dei Tedeschi. Si fermano incuriositi alla Capanna natalizia che da un po’ di tempo caratterizza il luogo. Li raggiungo, spiego loro in significato triste e suggestivo di quella capanna nel verde sormontata da una croce. Loro rimangono impressionati. Poi mi chiedono informazioni sui sentieri. Manca qualsiasi traccia di segnalazione.

Ero stata qui l’ultima volta circa un mese fa, nel periodo di Pasqua…

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Anna e Antonella

Al tavolo di Amalia a Ischia Ponte

Antonella e Anna

Eccoli. Stanno arrivando. Gli Ischitani che vivono lontano, in Italia e nel mondo, tornano a Ischia per le vacanze. E qualcuno viene a far visita al nostro Tavolo. La prima è Antonella Palomba, la ricorderete certamente, una simpaticissima insegnante nata a Forio e residente a Saronno ormai da tanti anni.
Ci vediamo venerdì?  – mi aveva scritto per l’ormai indispensabile w-app – voglio presentarti un’amica che poi riparte. Era venuta per la festa di S. Anna, ma non la vedrà, riparte proprio lunedì 31”.  Ahia. E come si fa a dir di no in questi casi.

Mi precipito a Ischia Ponte a piedi per evitare la caciara in auto. Arrivo al Tavolo in un mare di sudore. Antonella, che già mi aspetta,  mi presenta la sua amica Anna.
Vengo da Treviso – mi dice subito – sono stata diverse volte a Ischia. Antonella mi ha parlato del vostro gruppo e mi faceva piacere conoscervi”. Purtroppo oggi sono sola. Teresa e le altre sono impegnate:  il venerdì è giornata tosta. Tocca a me fare gli onori di casa.
Anna dimostra di conoscere bene Ischia. “Quando son venuta in precedenza, ho girato tanto. Sono stata all’Epomeo, per esempio. Che meraviglia! Ora ho scelto le Terme, faccio le cure e non mi rimane molto tempo per girare. Però, avrei voluto visitare Aenaria” Ah sì, la città sommersa  nel cuore della Baia di Cartaromana. La si può visitare grazie ad una barca apposita, quella con il fondo trasparente. “Ma ogni volta che vengo qui a Ischia Ponte per imbarcarmi – aggiunge Anna –  mi dicono che è necessario che si formi un gruppo di almeno 10 persone”. Ah, peccato.

Anna è una che ama Ischia, si nota subito. “Alloggia proprio a Cartaromana –  mi spiega Antonella –  ed è venuta a piedi per Soronzano, conosce la strada”. Anna sorride: “Soronzano è nota, è indicata pure sulle guide turistiche“. Sì, certo, magari sulla strada di Cartaromana manca un’adeguata segnalazione, però per fortuna in questo le guide suppliscono.
Però mi dispiace non poter vedere la festa di S.Anna – mi dice Anna con molta amarezza – avevo prenotato di proposito per la settimana di fine luglio e la festa è stata rinviata a lunedì, il giorno della mia partenza“. E aggiunge: “In albergo mi avevano proposto di rimanere, il 31 luglio ripartono quasi tutti gli ospiti perché è giornata di cambio mese. Ma io avevo già prenotato traghetto e treno ... “. Proprio un bel pasticcio.
Antonella, schietta come al solito, mi chiede: “Laura, ma tu ci hai capito niente? Noi gente di mare sappiamo che il maltempo dura al massimo tre giorni. Era cominciato martedì 25, insomma venerdì 28 la festa si poteva fare“.
Neanche io riesco a darmi una spiegazione. Capisco che è difficile  tenere un evento simile il sabato e la domenica, perché i ristoratori hanno già i tavoli prenotati e i barcaioli addetti al traino delle zattere, sono impegnati con le escursioni.  Però effettivamente venerdì 28 poteva essere la giornata giusta. Un rinvio di due giorni rientra quasi nella tradizione della festa di S. Anna e i turisti che avevano prenotato per quella settimana, non avrebbero subito danni. Davvero non so rispondere e me la cavo con una battuta: “Sai Anna, a volte i Santi si arrabbiano perché si accorgono che attorno alle feste in loro onore c’è troppo business. E io credo che non sia un caso se ogni anno a fine luglio il tempo si guasta. La sfilata delle barche a mare è diventata una cosa troppo grande. Forse S. Anna preferirebbe una cosa più semplice“. Ridiamo di gusto.

Anna di Treviso è innamorata di Ischia e siamo sicure che nonostante questa piccola delusione, tornerà presto a trovarci. Speriamo solo che la prossima volta almeno il nostro Tavolo sia al completo.   E Antonella?  Con lei ci vedremo prestissimo.

 

Oggi, 5 anni dopo, sono 45

Poche sere fa, mio marito torna a casa ancora una volta emozionato. Aveva incontrato i suoi compagni di classe per il 45° anniversario della Maturità. E ancora una volta, mi chiede: “Vuoi scrivere?”. Raccontami, gli rispondo. L’articolo, che vi riporto qui di seguito, è uscito su Il Dispari del 17 luglio. Alla redazione del giornale, il mio personale ringraziamento.

Ogni volta che vado a questi incontri, mi chiedo sempre: cosa hanno fatto davvero i miei compagni nella loro vita?  Hanno realizzato un pochino dei loro sogni o sono rimati delusi?”. È Giorgio a raccontarmi della cena della sua classe, 45 anni dopo la Maturità.

Si era già incontrato con i suoi compagni cinque anni prima, quando ricorreva il 40° anniversario e prima ancora nel 1992 in occasione del 25°. Non era mai successo, almeno a Ischia,  che una classe si ritrovasse a fare l’appello tanto tempo dopo.
In quell’occasione Antonio e Angelo, le menti organizzative,  avevano faticato non poco per rintracciare tutti i compagni. Alcuni vivono a Ischia, altri hanno scelto altri lidi. In ogni caso non è mai facile ritrovarsi. La serata in un ristorante in riva al mare era riuscita bene e  alla fine la promessa era stata solenne: “dobbiamo rivederci, ma non aspettiamo troppo. Gli anni passano e lasciano il segno…”
Ma per quelli della III B del ’72, la promessa era un impegno. Hanno vissuto la scuola con complicità, perfino con goliardia,  condividendo sempre i momenti belli e brutti. Erano anni diversi quelli.
E così un mese e mezzo fa, in maggio, quando nell’aria si avverte l’odore dell’esame,  quei giovani che nel ’72 si angosciavano nell’attesa della versione di greco, hanno avviato un tam tam. Stavolta hanno adoperato la tecnologia più moderna per cercarsi. Hanno fondato un gruppo whats-app e,  alla maniera dei giovani di oggi,  si sono inseguiti con messaggi quotidiani per stabilire luogo e data dell’incontro e  perfino per decidere il menu.

A differenza di 5 anni prima, è stata la collina a fare da scenario al loro incontro. Il locale è a Fiaiano, che proprio quella sera è avvolta nelle fiamme di un incendio. E Giorgio racconta: “L’atmosfera era quella dell’Inferno di Dante, il fumo faceva paura. Ma nessuno si è lamentato. Quando ci siamo seduti a tavola,  Lorenzo Giannino, l’enfant terrible, il prof giocherellone,  ha fatto l’appello. Eravamo 17 studenti”.

Qualcuno mancava per impegni di lavoro. Aldo, che vive a Bergamo, era presente, giunto per l’occasione. L’elenco degli  assenti giustificati purtroppo è aumentato. A Salvatore Mattera e Carla D’Orso, scomparsi da tempo, si è aggiunto di recente Mario Conte. Ma chissà che da lassù non stessero festeggiando anche loro, contenti di vedere i compagni seduti intorno a una tavola imbandita.  I prof erano 3.  Oltre all’immancabile Lorenzo Giannino, erano presenti Aniello Penza, il prof serio e simpatico, e Caterina Irace, la mitica prof di Educazione Fisica.

La commozione per le persone che non ci sono più,  lascia piano piano il posto alla valanga di ricordi, di scherzi, di risate che si ammassa tra una portata e l’altra. “A un certo punto –  mi racconta Giorgio –   Giannino Lorenzo ne ha tirata fuori una delle sue. Si è ricordato che il prof. Penza una volta organizzò una gita. E sai perché? Noi avevamo deciso di partecipare a una manifestazione laica. E lui …  ci portò in gita!”.  Chi ha frequentato il Liceo Classico in quegli anni non potrà che sorridere.

È  stata una serata permeata dalla malinconia”, mi dice serio Giorgio.  La domanda più frequente riguardava l’età della pensione: “Ci sei già? Quando ci andrai?  Sì, è stato malinconico. Ma forse è proprio grazie alla malinconia che siamo riusciti a rivederci”.
Il taglio della torta spetta a Caterina Irace e Aniello Penza. E Giannino Lorenzo? Starnutiva.
Quando i “ragazzi” lasciano il locale, il fumo si dirada, l’aria si fa più respirabile. E riparte la promessa: “Rivediamoci tra tre anni, meglio anticipare”.
Sì, si rivedranno, ne sono sicura. Speriamo solo che abbiano ancora voglia di raccontare

 

5 anni fa, erano 40 anni

Una sera di 5 anni fa, mio marito tornò a casa con i lucciconi. Era reduce da una rimpatriata con i compagni di scuola. “Vuoi scrivere un articolo?”, mi chiese. Certo!
L’articolo uscì sul Golfo il  24 agosto 2012.  E  c’è stato un seguito che vi racconterò presto 

il golfo 24 agosto 2012-I

Ischia è ancora il luogo adatto per incontrarsi e ritrovarsi. La Baia di Cartaromana, poi, sembra il posto migliore per lasciarsi andare ai ricordi.   E’ inizio estate, l’atmosfera è quella degli esami di maturità. A qualcuno viene in mente che son passati quarant’anni da quell’esame. E così si mette in moto, fa partire le prime telefonate e poi qualche e-mail: “C’è un ristorantino lì sulla spiaggia. Dai … vediamoci là”. La classe è la III B del Liceo Classico Scotti di Ischia.  L’anno fatidico della maturità è il 1972. Giorgio, uno  di quei compagni di classe, prova a raccontarmi come si è riusciti nell’impresa di rivedersi, tutti insieme, dopo tanti anni.

E’ stato Antonio ad avere l’idea e ad animare il tutto “ esordisce  Giorgio.  “ Si è messo alla ricerca, frenetica e paziente , di numeri telefonici e indirizzi e-mail. Non è stato facile, ma neanche troppo difficile. Antonio è abituato ad organizzare. Già vent’anni fa aveva fatto un primo appello di quella classe. L’incontro era riuscito bene. Allora però era stata Carla  ad affiancarlo e a dargli un valido aiuto. Ora purtroppo Carla non c’è più. Così come Salvatore di Serrara. Sono stati gli assenti giustificati della serata … “.

La commozione si percepisce nelle parole di Giorgio, che prosegue:  “E proprio a chi non c’è più, abbiamo idealmente riservato il posto a capotavola” . In tantissimi hanno risposto entusiasti al suono della campanella , gli amici vicini come quelli lontani. Aldo ha affrontato un viaggio lunghissimo per arrivare puntuale all’appuntamento con i compagni e poi far ritorno il giorno dopo nella sua Bergamo. Altri volevano esserci, ma all’ultimo momento hanno dovuto rinunciare per impegni di lavoro o di famiglia. Su 31 in 17 hanno risposto “presente”.

Ed è ancora Giorgio a raccontare: “ Siamo riusciti a rintracciare solo due professori dell’epoca: Aniello Penza, sempre gioviale e disponibile, e Giannino Lorenzo, l’eterno Peter Pan, almeno al di fuori della cattedra.  E non poteva mancare Giuseppina, la mitica bidella e colonna portante di quel Liceo Classico”. Gli incontri tra vecchi compagni di classe possono essere belli e terribili. Ritrovarsi a distanza di tanto tempo con persone con le quali nella prima giovinezza hai condiviso gioie, dolori, passioni e noia, significa provare sensazioni contrastanti. L’emozione è stata palpabile.

Peppe ‘o poeta
non ha fatto proprio nulla per nasconderla : “Nei giorni scorsi mi sono sentito emozionato e nervoso come un ragazzino”, ha confessato tra una portata e l’altra. A proposito,  “la cena a base di pesce preparata al Gardenia, è stata davvero gustosa”, testimonia Giorgio. E poi confida con un pizzico di emozione: “Quando incontri i compagni di scuola tanti anni dopo, non puoi fare a meno di chiederti come hanno vissuto, cosa hanno fatto, se hanno davvero realizzato i loro sogni. E il momento di una cena per quanto bello e divertente, è troppo fugace per capire tutto questo”. Poi si perde nei ricordi: “La nostra era una classe compatta . Spesso di sera ci si vedeva per una pizza, un panino, un buon bicchiere. Ed erano serate che coinvolgevano tutti, ragazzi e prof. Ma una volta in classe, ognuno riprendeva il suo posto”.

Inevitabile alla fine della serata  il nuovo invito: “Ci vediamo tra vent’anni?” Pronta la risposta di Stefania: “No, grazie. Con il catetere  e la badante non vengo. Vediamoci tra un anno”.  I compagni di classe si son dunque salutati per darsi appuntamento a presto. “E’ la prima volta che una classe si incontra dopo quarant’’anni” mi dice ancora Giorgio. E conclude imperioso: “Scrivilo, mi raccomando”. Lo scrivo, certo. Io sono solo una cronista.   Auguri, ragazzi!

Il verde a Berlino

Berlino_regolamento_parcoDopo la battaglia serale con la TV che fa i capricci e una notte concitata per il caldo insopportabile, mi sveglio con un dubbio. Come trascorro la mia ultima mattinata a Berlino? I Musei il lunedì mattina sono chiusi. Mentre mi ristoro con la colazione, mi viene in mente che il giorno prima sono passata davanti a un parco. Non mi dispiace l’idea di salutare Berlino trascorrendo un po’ di tempo in uno di quei parchi di cui ho sentito tanto parlare.
In portineria un signore con la barba mi chiede: “Check out?” e senza attendere la mia risposta, mi strappa le chiavi dalle mani. Gli chiedo se posso lasciare la borsa fino alle 13:00, lui mi risponde senza sollevare gli occhi dalle sue faccende “Ja, sicher”. Bene, almeno posso passeggiare liberamente.

Berlino_interno_parcoMi avvio dunque lungo la strada alberata che ha fatto da scenario al mio soggiorno. Dopo qualche centinaio di metri, trovo un bel parco accogliente. Sulla sinistra, un’area giochi  con piscina destinata ai bambini. Dato il caldo, è molto frequentata. A destra, uno spazio verde enorme molto ben curato e puntellato da panchine nei punti giusti. Prima di entrare, ecco una sorpresa. Proprio all’ingresso è affisso il Parkordnung, il regolamento del parco. E in un angolo, in bella evidenza, un cartello. La qualità della foto purtroppo non è delle migliori. Ma ingrandendo potrete riuscire a leggere.
Prima di tradurre quanto è scritto, vorrei fare una premessa. Io non sono una fan della Germania, per quanto la lingua tedesca abbia un ruolo fondamentale nella mia vita professionale e la storia e la cultura tedesca mi abbiano sempre fornito grandi spunti di riflessione.  Non sempre amo l’eccesso di organizzazione dei Tedeschi  e neanche digerisco molto i  loro rappresentanti politici quando si siedono ai Tavoli internazionali. Eppure mi sento distante da quanti vedono la Germania come una serie infinita di “divieti”. Leggiamo insieme il cartello:
A tutti i visitatori del PreußenparkFinora la rimozione dei rifiuti in questo Parco ha comportato spese per 20.000 Euro all’anno. L’Ufficio distrettuale non è più in grado di sopportarle. Pertanto La preghiamo in futuro di non lasciare più qui i Suoi rifiuti, ma di portarli via”.

Vi confesso che mi è venuto da ridere. Il mio pensiero è volato a Ischia, ai suoi parchi, al suo verde…  Soprattutto una cosa mi ha colpito in queste parole: qui non è scritto “verboten”, “vietato”. Qui si richiama il cittadino alla sua responsabilità. Non credete che i Tedeschi in questo caso meritino un applauso a scena aperta?

Trascorro la mattinata passeggiando in quel verde discreto e accogliente. Alle 13:00 torno in albergo per recuperare la mia borsa. Stavolta trovo la signora: “Ach … und das TV?”. Rispondo con un sorriso ironico: “Alles in Ordnung, danke!”. Chiedo della Toilette: “Tut mir leid!” mi risponde lei. Come? Non hanno un bagno disponibile? Mi viene da risponderle con una parolaccia in napoletano, ma mi limito ad un formale “Auf Wiedersehen”. Non tornerò più in quell’albergo.
Quando arrivo all’aeroporto di Schönefeld, mi volto un attimo. Mi viene in mente una scena che ho visto sulla S-Bahn nel tragitto di andata verso l’albergo. Sul marciapiedi una giovane coppia si saluta, lei sale sul treno e si accomiata dal suo giovanotto. Ma prima che le porte si chiudano, lui salta su, l’abbraccia e rimane con lei. Ecco, Berlino è un po’ così. Non vorresti lasciarla. Io  tornerò presto.

Un’antica Chiesa a Berlino

In questi giorni è davvero difficile scrivere qui a Ischia. Non solo per il caldo, la confusione, i rumori. Gli ultimi eventi, gli incendi sulle nostre colline e sul Vesuvio, annebbiano la mente. Le parole si bloccano sulla tastiera.
E tuttavia è bello riprendere il racconto di Berlino. Vi avevo lasciato alla fine della Ku’damm, dopo un giro in pullman turistico. Ed ecco proprio in fondo alla strada commerciale, un monumento attira la mia attenzione. Sembra un rudere, mi avvicino. E mi rendo conto subito che è qualcosa di diverso. È la Gedächtniskirche, l’antica Chiesa della Commemorazione. Entro con una certa curiosità e subito un cartello mi sorprende. “Caro visitatore, vorremmo richiamare la tua attenzione sul fatto che qui, in quello che un tempo era l’ingresso dell’antica Chiesa, non sei in un Museo, ma in un luogo del ricordo, della memoria, dell’esortazione … “ Su un lato ci sono immagini che ritraggono momenti di pace e di guerra e che vogliono essere – recita ancora il cartello – un monito “per noi tutti ad opporsi alla guerra come soluzione ai problemi politici”. Sull’altro lato sono esposti oggetti liturgici. Rimango incantata ad ammirare.
L’antica Chiesa era stata eretta alla fine dell’800 in memoria dell’Imperatore Guglielmo I e poi distrutta dai bombardamenti del 1943. Esco a fatica. Fuori,  il negozio di souvenir e la nuova Chiesa, progettata alla fine degli anni ’50, mi lasciano fredda.

È altro invece ad attirare la mia attenzione. Appena all’uscita,  trovo ancora un luogo della memoria. Lumini, fiori, dediche ricordano le vittime del folle attentato che proprio qui, nei giorni di Natale del 2016, fece diverse vittime. Mi colpiscono le sciarpe dei tifosi del Dortmund che evidentemente la sera prima, festeggiando la vittoria della loro squadra, avevano voluto lasciare un omaggio.
Comincio ad essere stanca e lo stomaco invoca a gran voce qualcosa da mangiare. Mi avvicino all’albergo, spero di trovare un localino discreto. Ma di domenica sera  a Berlino molti locali sono chiusi. Un ristorante italiano? Perché no, in fondo è l’ultima sera.
Mi accoglie un signore anziano, molto gentile, che mi racconta di qualche sua difficoltà: “Vivo a Berlino da più di trent’anni – mi dice – ho preso da poco questo locale e non è che vada proprio bene. Prima lo gestivano dei ragazzi, non erano italiani ma proponevano cucina italiana. Adesso devo faticare un po’ per riconquistare i clienti“.  Non deve aver avuto una vita facile, si nota dall’amarezza che accompagna le sue parole.
Mangio leggero, alla mia maniera. Tacchino arrosto con contorno di verdure e un bicchiere di Pinot bianco. Lui però mi offre anche una bruschetta al pomodoro. “Sono pomodorini che mi arrivano dall’Italia”. E si sente. Il pasto è stato ottimo. Saluto il signore e gli faccio i miei auguri.
Intanto alle 21:15 gli ultimi raggi del sole di maggio illuminano ancora i palazzi. D’estate la notte arriva tardi a Berlino. Devo prepararmi alla partenza. Ma il mio volo parte l’indomani pomeriggio. Ho ancora il tempo per un ultimo giro.  A presto

 

La domenica a Berlino

Mi dispiace che Berlino in questi giorni abbia subito nubifragi terrificanti. Ho visto immagini terribili anche se condite da molta ironia. Io ho vissuto la capitale tedesca a fine maggio con un caldo infernale.
La domenica mattina mi son svegliata ancora sudatissima, la guerra tra me e il piumino era continuata imperterrita, il caldo in camera era soffocante.  Per fortuna l’ottima prima colazione tedesca mi  dà la giusta carica per una giornata che si prospetta molto impegnativa. Alle 9:00 devo essere a lezione.
Esco intorno alle 8:30 con un sole già caldo. Sulla U-bahn sfoglio la guida in italiano che avevo comprato il giorno prima come regalo a mia figlia a Ischia.  Le foto, bellissime, sono letteralmente rovinate da un testo orribile. Non so se sia frutto di traduzione automatica o di altro. Ma la domanda è d’obbligo: perché rovinare un libro che si presenta così bene con parole da far vergognare? Se si vuol risparmiare sulla traduzione, non è meglio ridurre il testo e limitarsi a descrivere le foto?

Arrivo a lezione puntualissima. L’impegno è tanto, ma il tempo scorre via veloce. Saluto i compagni di questa intensa avventura di studio con la promessa di rivederci presto. Alle 14:00 mi tuffo su un autobus e, come il giorno prima, raggiungo Potsdamer Platz. A questo punto devo decidere cosa fare: mi infilo in un museo o provo a fare un giro per la città?  Le cose da vedere sono tante. A poca distanza dalla piazza staziona un autobus di linea che attraversa la città da Est  a Ovest. Sì, certo, però non ho una guida. Mentre rifletto, mi fermo a mangiare in un localino che sembra ben attrezzato. Stavolta l’insalata internazionale non è delle migliori. Pazienza, mi rifarò a cena. Allora? Cosa faccio? Prendo una decisione che mi sorprende: salgo su uno di quei pullman turistici che attraversano la città. Per un giro di circa due ore, il prezzo è abbordabile. Va bene, è andata.
Litigo un po’ con le cuffiette e comincio a sentire Berlino: le parole che accompagnano i luoghi mi guidano in un viaggio attraverso la storia della città. Berlino è i suoi monumenti. Berlino è la sua storia. Berlino è la modernità. Berlino è il verde. Berlino è la gente.
Davanti a quel che rimane del Muro avverto un moto di repulsione. La storia lì è diventata un oggetto di consumo ad uso turistico. E però Charlottenburg, l’isola dei Musei, la nuova stazione e tanto altro ti riempiono gli occhi.  Ho qualche difficoltà ad accettare l’ipermoderno che si interseca con la storia. Eppure rimango affascinata.
Dopo circa due ore, scendo alla Ku’damm, una strada imponente con tante vetrine scintillanti. Insomma, lì devi spendere: non fa per me.  Ma ecco, lì, in fondo alla strada vedo qualcosa che attira la mia attenzione. Sembra un rudere. Ma certo:  è la Gedächtniskirche. Mi dirigo subito lì e…
Vi racconterò presto.