Al tavolo di Amalia

di Laura Mattera Iacono

Ischia Ponte: il Borgo in festa

ScaglioneVenerdì 15 giugno voglio andare al “Borgo in festa”. Scendo  piedi per la “Puzzolana” la strada ripida che collega Cartaromana a Ischia Ponte. È una stradina con palazzi storici che meriterebbe maggior cura. Il pavimento è sdrucciolevole, ma forse basterebbe poco per sistemare meglio i basoli e rendere la pedata meno insicura. E poi magari non costerebbe tanto apporre ai muri lungo i marciapiedi un passamano per dar modo ai meno giovani di sostenersi e prevenire rischi di scivolate. Ma contrariamente al solito le auto parcheggiate sono poche e già questo rende la strada meno insidiosa.

Arrivo in piazza al centro di Ischia Ponte alle prime luci della sera. Il Borgo è in festa, effettivamente, ma la gente in strada è ancora poca, forse è ancora a cena. Diversi gruppi musicali, a poca distanza l’uno dall’altro, suonano e cantano. Le melodie sono belle, le voci intonate. Eppure le note e le voci si mescolano ad un volume troppo alto, dando vita in certi momenti a un frastuono poco piacevole. Guardo verso l’alto, verso quei balconi chiusi e penso alle persone che ancora abitano a Ischia Ponte. Non avranno una serata facile. “ – mi si dice – ma se si vuole che il Borgo rinasca, i residenti dovranno pur fare qualche sacrificio”. Rimango sempre perplessa di fronte ad argomentazioni simili.

borseAll’altezza del giornalaio un capannello di persone assiste divertito alle  evoluzioni di un giocoliere che coinvolge e diverte i bambini. Più avanti un altro capannello attende con ansia le sfizioserie del mitico panettiere Boccia. Poca gente staziona sul piazzale Aragonese, mentre il piazzale delle Alghe  è desolatamente vuoto. Insomma, il Castello e gli scogli di S. Anna sono rimasti soli.
Io che non amo lo shopping, mi distraggo guardando le vetrine e scattando qualche foto.
Un negozio di abbigliamento per bambini espone creazioni di piccoli artisti che evidentemente sono stati guidati dalla mano sapiente di Antonella Buono. Ecco un esempio di come la creatività in certi casi possa ben abbinarsi all’attività commerciale.
LibreriaPiù avanti,  la Libreria: a qualsiasi ora del giorno e della sera ci trovi sempre qualcuno.Poco oltre scorgo un piccolo negozio di borse: una vetrina elegante nella sua discrezione.
Appena dopo, l’esposizione di un’antica casa vinicola ti invoglia a bere un buon bicchiere, gustando magari qualcosina da mangiare.
E proprio di fianco,  una Sartoria artigianale.  Un’arte, quella della sarta, che rischia di scomparire e che qui invece sembra sperare di rilanciarsi.

ViniTorno a casa con gli occhi contenti e le orecchie infastidite. Per carità, gli artisti erano tutti bravissimi. Ma erano troppi e le loro belle melodie diventavano un frastuono controproducente.  Io credo che qualche gruppo qui e lì potrebbe andar bene, magari con il volume non troppo alto, anche perché la gente del luogo va rispettata. Sì, la gente che ancora vive a Ischia Ponte è un bene da tutelare, non un nemico da combattere. La gente che vive a Ischia Ponte è quella che rende vivo il Borgo nella quotidianità, è quella che rende possibile la vita vera in un posto che altrimenti diverrebbe un parco giochi, vuoto e misero. Inoltre, se i gruppi che cantano sono tanti, la gente che viene in visita al  borgo si sentirà frastornata. Non sarebbe meglio puntare sugli artisti di strada?
SartoriaQuelli che dipingono, giocano, suonano coinvolgendo la gente? I gruppi musicali sì, vanno bene, ma solo un paio, a fare da cornice. E con un volume un po’ più basso.  Padronissimi di sbranarmi: la mia è solo una proposta.

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Schizzichea

LogoPrendiamo un caffè?” mi chiede Monica dopo che dal Notaio tutto è finito. Rimango perplessa. Non sono abituata a prendere il caffè nei momenti di tristezza. Per me il  caffè è allegria, condivisione, magari confronto. Però accetto. “Sei venuta a piedi, dai ti accompagno, piove”, mi dice mentre lasciamo il bar. “Schizzichea”, le rispondo sorridendo. E accetto ancora. Non c’era stato nessun litigio, nessuno screzio tra di noi. A porre fine al Centro Traduzioni Le Copain snc era stato solo un fattore economico. A un certo punto avevamo dovuto prendere atto che le cose non funzionavano e che i conti, per quanto non fossero in rosso, non tornavano. Ci massacravamo di lavoro per poi guadagnare solo spiccioli. Ci siamo chieste tante volte cosa non funzionasse: forse eravamo troppo precise, forse pretendevamo sempre e solo i collaboratori migliori, quelli che costano di più. Ma noi siamo fatte così. Mentre prendo posto in auto, inevitabilmente scattano i ricordi.

Monica era venuta da me agli inizi del 1992, se la memoria non mi inganna. Mi disse che voleva provare a collaborare, che il suo sogno era diventare traduttrice. Io l’accolsi con freddezza, quasi con diffidenza. Scontavo in quel periodo alcune esperienze negative che avevo avuto  con altre persone che mi avevano chiesto di collaborare.
Ma ero ancora sola nel mio studio quando poco dopo il Convegno di Ariano Irpino arrivò, tra tante piccole cose, un lavoro che sembrava importante. Un giorno si presentò da me un personaggio locale con un testo abbastanza lungo e complesso da tradurre in tedesco. Io, forte dei piccoli successi che avevo avuto in quel periodo, mi sentivo brava e decisi di cimentarmi. Avevo tralasciato una regola fondamentale che fino a quel momento avevo sempre osservato: le traduzioni devono essere effettuate da un madrelingua. In questo caso avrei dovuto affidare il testo a un traduttore tedesco, esperto in quel settore.  “Ma no – pensai – alla fine farò correggere la traduzione a una madrelingua!”. Forse mi lasciai ingannare  dall’opportunità economica. O forse era solo una questione di vanità. Alla fine,   nonostante la revisione della madrelingua, il risultato finale non fu dei migliori e io incassai il primo ceffone della mia carriera.  Questo è uno di quei casi tipici in cui la baldanza giovanile avrebbe bisogno di un freno, di un controllo, insomma di una “scuola”. Capita sovente che un giovane alle prime armi, dopo qualche successo magari dovuto alla fortuna dei principianti,  si senta un padreterno e pensi di poter sfidare tutto e tutti, senza la benché minima consapevolezza dei propri limiti.  E lo scivolone che  ben presto arriva, può costar caro. Io rimasi in piedi, ebbi subito l’opportunità di rifarmi con traduzioni dal tedesco in italiano e di riconquistare in fiducia in me stessa. Insomma, la fortuna che mi mi aveva assistito fino a quel momento, si stava trasformando in tenacia e caparbietà.

Intanto l’auto di Monica è arrivata alla fine della corsa. “Dai, ci vediamo presto – mi dice lei sorridendo – abbiamo tante cose da sistemare”. Scendo dall’auto, vado nel mio studio, mi siedo davanti al computer. E scoppio in lacrime.

Il Centro Traduzioni Le Copain

Ariano IrpinoSono passati sei mesi da quella firma per “chiusura attivitàdel Centro Traduzioni Le Copain snc. Nell’elegante studio del Notaio, le luci di Natale che rimbalzavano dalla strada, scandivano beffardamente i tempi dell’attesa.
Davanti a quel foglio cominciai a sorridere e a chiacchierare, come se tutto fosse normale. Doveva sembrare “una normale evoluzione“.
Ma i ricordi venivano su, a volte nitidi, a volte confusi. Mi rividi a Ischia nell’inverno del 1989, con alle spalle il fallimento del tentativo a Napoli, in mano un bagaglio di speranze, davanti un muro di difficoltà.
Non volevo saperne di insegnare, chiusi la porta alla scuola e mi rimboccai le maniche. Ma ero sola, disperatamente sola. In quegli anni Ischia per me era stata il fine settimana, le vacanze estive, insomma il momento dell’attesa per un vita che immaginavo altrove.
Ora mi trovavo di fronte a un nuovo inizio. Non conoscevo bene la realtà produttiva locale, non sapevo neanche da che parte cominciare. Parlavo con tante persone, scrivevo lettere di promozione. Le relazioni che ero riuscita a intessere con traduttori e clienti in quel breve periodo di lavoro a Napoli, sembravano resistere. Il docente universitario continuava a mandarmi traduzioni dal tedesco. Sembrava un buon canale.
E lavoravo da sola, sentendomi sberleffi e litanie. “Ma chi te lo fa fare? Vai a insegnare“. Una persona più sensibile mi disse una cosa che mi colpì. “Lavori da sola. E’ questo quello che vuoi?“.  No, non era questo quello che volevo. Il mio sogno era quello di formare un gruppo con il quale lavorare.  Per chi è stato giovane negli anni ’70, l’idea del gruppo è un qualcosa di forte e radicato. Parlavamo in prima persona plurale e quel “Noi” non era un suono, ma un valore, era la sensazione di essere tutti insieme, era una percezione della realtà. Ma proprio in quegli anni ’80 si cominciò a coniugare i verbi solo alla prima persona singolare: “Io! Io! Io!”. In quelle circostanze trovare le persone giuste per condividere quel progetto diventava sempre più difficile.
Ariano Irpino(2)Però a Ischia qualcosa cominciava a muoversi, qualche cliente faceva capolino: qualche tipografia,  qualche albergo, qualche avvocato. Intorno a me però il muro di diffidenza era forte. Molti Ischitani non si fidano degli Ischitani stessi, temono che quella nuova attività possa essere improvvisata, non all’altezza. E io pensavo di farmi valere solo alzando la voce. Non avevo fatto “bottega”, non avuto una “scuola”, non sapevo come trattare con il cliente, rassicurarlo. Avevo creato tutto dal nulla.
Ma ecco il momento magico. Quel docente universitario mi incaricò di fornire gli interpreti di tedesco e i tecnici per un convegno che si sarebbe tenuto ad Ariano Irpino nell’autunno del ’90. Feci i salti di gioia. Cominciai il tam tam di telefonate in tutta Italia per reperire gli interpreti disponibili: i simultaneisti di tedesco non sono tantissimi.
Tutto andò bene, anche se per inesperienza pagai un po’ di soldi in più…
Scusatemi. Ho bisogno di un caffè… Continuerò a ricordare. E seppure il mio racconto dovesse annoiarvi, sappiate che mi fa molto bene parlare con voi

 

Cosa è successo?

LogoMe l’hanno chiesto in tanti: “ Ma cosa è successo?”. L’ultima volta, pochi giorni fa, la domanda è arrivata al telefono da un’amica d’altri tempi che non sentivo da tanto, una di quelle che aveva preso parte al primo nucleo del Centro Traduzioni Le Copain, a Napoli. Era il 1986. Ora lei stessa, anche se la vita l’aveva portata lontano, quasi non si dava pace “Come? Avete sciolto la società? E perché?
Sì, Monica Musetti e io abbiamo fatto un passo importante nel dicembre scorso. Abbiamo sciolto una realtà che qui a Ischia esisteva dal 1989, diventando una società nel 1994.

Nel dicembre scorso siamo andate da un Notaio e davanti a quel foglio burocratico, come ne avevo visti tanti nella mia carriera di traduttrice, mi sono venute le lacrime agli occhi. Questa volta non si trattava di fare da interprete di tedesco ad una trattativa per la compravendita di una casa. Stavamo solo mettendo la parola “FINE”  a una realtà bella e difficile che aveva resistito agli urti del tempo, alle batoste, ai colpi bassi. Era l’ultimo atto di una lunga avventura insieme, piena di momenti belli: le traduzioni pubblicate, i sorrisi di ragazzi stranieri che venivano da noi per la traduzione di un certificato, i convegni con interpreti e tecnici da coordinare, qualche cliente che ci diceva “e meno male che ci siete voi qui a Ischia”.

In un attimo mi è passato davanti il film di una vita. Le speranze di un gruppo di ragazze appena laureate a L’Orientale di Napoli mi sono tornate alla mente con la violenza di un pugno allo stomaco. Era il 1986. Scegliemmo quel nome strano “le copain”, perché ci sentivamo ancora compagne di scuola. E passavamo le serate davanti al nostro primo computer, un assurdo MSX2, che avevamo comprato con i risparmi faticosamente messi da parte.  Discutevamo su come rendere al meglio quella parola, quella frase, quel testo. Le nostre prime traduzioni erano per studenti che dovevano laurearsi. Poi a sorpresa arrivò un incarico da un prof universitario. Era una traduzione dal tedesco,  un testo di Storia del Diritto sugli Statuti Municipali nel Medioevo. Me ne ricordo bene: la mia passione per il Diritto è nata lì, in quei momenti. E proprio in quei momenti mi sono formata come traduttrice.

Quell’esperienza a Napoli durò poco. Molte ragazze di quel gruppo avevano bisogno di lavorare e guadagnare immediatamente, non potevano permettersi di attendere i tempi faticosi di un’impresa. Il posto fisso in quegli anni era ancora una meta possibile. E io tornai a Ischia con la coda tra le gambe e una prospettiva che proprio non mi piaceva: insegnare. Non mi rassegnai. Chiusa in fretta la mia esperienza a scuola,  mi rimboccai le maniche, sperando di farcela anche da sola, tra la diffidenza di tutti e perfino la derisione di qualcuno. “Ma chi te lo fa fare?”
Scusatemi: l’emozione è troppo forte. Devo fermarmi. Riprenderò presto a raccontare

L’amica speciale

Scene

È giovedì mattina. Sedute al nostro tavolo da Monzù a Ischia Ponte, assistiamo  incuriosite allo smontaggio delle scene della fiction tratta da L’amica geniale. La due giorni di ciak ha tenuto banco  in tutta l’isola. L’angolo dedicato alle riprese con la scenografia da anni 50/60 ha suscitato considerazioni, ricordi e anche nostalgie.
Noi al tavolo discutiamo animatamente. La tetralogia di Elena Ferrante a me è piaciuta molto, ma non ho mai nascosto perplessità sulla fiction.
ferranteMentre propongo le mie argomentazioni, Luigi ci porta il caffè e ci sorprende con una sua idea. Sentitelo un po’: “Lo so – mi dice – a te il libro è piaciuto tanto e ora temi che la fiction possa stravolgere tutto. Però pensiamoci un attimo. In America la tetralogia ha avuto un successo enorme e molti Americani hanno scoperto Ischia tramite Lila e Lenù. In questi giorni di riprese, i responsabili della produzione  mi hanno detto che la fiction sarà trasmessa anche negli Stati Uniti. Perché non proviamo a sfruttare la cosa? Perché ad esempio non trasmettere nella metropolitana di New York le immagini di Ischia tratte dalla fiction? Magari con uno slogan del tipo ‘Seguiamo a Ischia Lila e Lenù’ o qualcosa del genere”. Mi coglie di sorpresa Luigi, però da buona rompiscatole mi sento di ribattergli: “Gli Americani che hanno letto il libro non si sentiranno un po’ ingannati nel vedere Ischia Ponte invece dei Maronti  e Forio?”. Luigi ha la risposta pronta: “Mi sono informato. Le scene che hanno girato qui sono solo una parte e si riferiscono all’arrivo dei protagonisti, perché all’epoca un traghetto arrivava a Ischia Ponte. In un secondo momento gireranno a Barano e a Forio”.
Ah, questa non la sapevo. Certo quella di Luigi è un’idea da seguire. Anche Isabella e Teresa sono colpite. La fiction farebbe da corollario al successo del libro e le immagini di Ischia sarebbero la giusta cornice. Per ottenere questo ci vorrebbe una spinta da parte degli operatori ischitani, sì, insomma, un progetto comune. Così Elena Ferrante diverrebbe L’amica speciale di Ischia.  Noi qui al tavolo  lanciamo la proposta e vediamo se qualcuno raccoglie.
Intanto però, aspettando la fiction, mi permetto di lanciare un appello: leggete il racconto e fateci sapere cosa ne pensate. Io credo che L’Amica geniale debba essere letto più che visto in TV.  Ad essere sincera le descrizioni che l’autrice fa di Ischia non mi hanno entusiasmato più di tanto. Forse è solo perché ero troppo presa dal racconto, avvincente e terribile, con uno stile asciutto e un ritmo avvolgente. Se il libro non ha avuto in Italia il successo riscontrato in altri Paesi, il motivo per me è preciso: in Italia è difficile parlare di conflittualità e magari di violenza familiare.
Ballcone_2Intanto, dopo l’ottimo caffè, lascio la compagnia e mi allontano a piedi per raggiungere il mio lavoro. Il centro di Ischia Ponte è pieno di auto, una strana vernice bianca copre un muro di pietra, qui e lì al posto di antichi portoni trovi porte di plastica o di alluminio. E all’inizio del borgo, lo scempio del parcheggio della Siena. Sì, la fiction ha solleticato la nostalgia per il passato, ma il coraggio di cambiare o, meglio, di tornare ad essere noi stessi, no, quello no …
Però per fortuna a Ischia Ponte su qualche balcone sbocciano i fiori.

 

La traduzione simultanea: perché costa tanto?

ConvegnoMercoledì 16 maggio, di pomeriggio, sono stata a Lacco Ameno al Convegno internazionale su Pithekussai e l’Eubea tra l’Oriente e l’Occidente. Un evento di grandissima portata che testimonia una rinnovata attenzione verso quell’antichità di cui noi Ischitani dovremmo essere orgogliosi.
Gli interventi erano in inglese e francese e  mancava il servizio di traduzione simultanea. Il mio intervento non vuole essere polemico perché credo di intuirne i motivi: i costi della simultanea sono molto elevati. Ma perché costa tanto la simultanea? E perché gli interpreti lavorano sempre in coppia?
ArcheologiFino a pochissimo tempo fa nell’ambito del mio lavoro al Centro Traduzioni Le Copain, di cui sono stata fondatrice e socia,  mi sono occupata anche del coordinamento dei servizi linguistici congressuali e conosco bene questo genere di situazioni. So, per aver visto lavorare molto da vicino gli interpreti, che il loro è un lavoro pesantissimo che richiede non solo competenza e preparazione specifica, ma anche una concentrazione fuori dal comune.
Provate solo a pensarci un attimo. Un interprete simultaneista ascolta e, mentre il relatore prosegue, traduce. Riflettete anche su un altro aspetto: la costruzione di una frase cambia da lingua a lingua.  Se in italiano si dice “ho letto un libro” in tedesco si dirà “Ich habe ein Buch gelesen“. Pertanto un simultaneista che traduce dal tedesco in italiano dovrà attendere la fine della frase per poter tradurre. Per non parlare poi della malevola sinteticità dell’inglese…
Ecco, riuscite a capire quale ritmo debba seguire l’interprete? Deve tener dietro al relatore traducendo bene e senza affannarsi perché altrimenti l’ascoltatore si stufa. Tutto questo mentre il relatore il più delle volte neanche si cura del lavoro di chi traduce in simultanea. Succede infatti che il relatore parli velocemente, si mangi le parole, non concluda le frasi.
Attenzione poi a un altro aspetto che vi sembrerà complicato.  Se sono presenti relatori inglesi e francesi, per esempio,  sono necessarie due cabine interpreti. Quando parla un relatore inglese, la cabina inglese traduce in italiano e la cabina francese traduce in francese basandosi sulla traduzione italiana del collega. È quella tecnica che normalmente si chiama “a cascata”. In questo caso l’interprete d’inglese ha una responsabilità doppia.

Cabina_simultanea

Cabina simultanea in uno dei convegni del Centro Traduzioni Le Copain

Non sarà difficile a questo punto capire perché gli interpreti in cabina debbano essere sempre in due. Si alternano, in genere 20 minuti per ciascuno, per non rischiare di perdere completamente la voce e la testa. Quando lavora l’uno, l’altro rimane sempre lì vicino, pronto a subentrare in caso di colpo di tosse o di improvvisa raucedine, ma anche per assistere il collega, facendo qualche ricerca e prendendo un appunto.

Nella mia lunga esperienza ho visto interpreti lavorare in maniera meravigliosa e con una voce sempre ben modulata. Quello che più mi stupiva è che mentre traducevano, ogni tanto mi facevano un cenno: “mi fai avere una bottiglia d’acqua per favore?”. Io, abituata alla tranquilla solitudine del lavoro di traduzione, rimanevo estasiata. È chiaro che questo spiega anche il motivo di onorari tanto elevati.  Senza contare che gli interpreti simultaneisti devono essere supportati da impianti efficienti e da tecnici bravi, che naturalmente a loro volta hanno un costo.

Eppure qualche volta proprio con gli interpreti mi sono arrabbiata molto. Succedeva, soprattutto un po’ di tempo fa, che qualche interprete assumesse atteggiamenti da prima donna . E allora ti piantava storie che sembravano più che altro capricci. Ricordo un diverbio con un’interprete che mi disse “io non mi muovo con i mezzi pubblici, solo in taxi”. E naturalmente pretese il rimborso. Un’altra volta un’interprete andò su tutte le furie perché nella sua camera d’albergo la TV non funzionava. “Come faccio senza la TV?”. Le risposi senza indugio: Pigliate na’ pasticca, sient’ a me.  E ne avrei da raccontare … E magari lo farò.

Ma per tornare al convegno su Pithekussai, molti si sono chiesti  come mai in mancanza di servizio di traduzione simultanea, non sia stato distribuito ai presenti un riassunto in italiano degli interventi. Non so nel caso specifico, ma capita che i relatori completino le loro relazioni e gli abstract solo all’ultimo momento, rendendo praticamente impossibile la traduzione.
Una sola cosa mi ha lasciato interdetta: il coffee break senza caffè. Ah no, a Ischia questo proprio no. Non si poteva chiamare in causa l’Istituto Alberghiero? Lì sono bravissimi a preparare cosette meravigliose. O non è stato possibile?

A proposito, molti mi chiedono: ma che cos’è successo al Centro Traduzioni Le Copain?  Ve lo racconterò presto.  E scusate se mi sono dilungata

Antonella Buono: nei suoi quadri l’amore per Ischia

Antonella_Buono_ForioUna mattina prendendo il solito caffè da Monzù noto dei quadri esposti alla parete. Il soggetto è Ischia Ponte:  un vicolo, il Castello, qualche vela sul mare aperto. Colori tenui, mano leggera. Non sono un’esperta d’arte, eppure quei quadri nella loro semplicità mi trasmettono un senso di delicata bellezza. “Di chi sono?”. È Teresa a rispondermi: “Di Antonella Buono. Non la conosci?”.  Ne ho sentito parlare ma non ricordo di averla conosciuta di persona “E se la invitassimo al Tavolo per un caffè?” Mi risponde Anna Fiore, una nostra amica seduta a un tavolo accanto. “Invitala, sono sicura che le farà piacere. Io la conosco dai tempi della scuola. Abbiamo frequentato l’Alberghiero più o meno nello stesso periodo”.
E così qualche giorno dopo incontriamo Antonella da Monzù a Ischia Ponte, in un pomeriggio di pioggia, con il mare sciroccato e il piazzale ancora invaso dall’acqua.  Al’interno del locale i quadri sono cambiati, il soggetto prevalente ora è Forio, con il Torrione e la Chiesa del Soccorso in primo piano. “Sono stato io a chiedere ad Antonella di portarmi un pizzico di Forio”, ci dice scherzando Luigi, servendoci il caffè.
Per l’occasione il Tavolo presenta una punta di gioventù. Con Teresa e Isabella, ci sono anche Libera, Roberta e il piccolo Matteo. “Magari questa è la seconda generazione del Tavolo”, commenta Isabella.
Antonella sembra davvero contenta di incontrarci. Quando cominciamo a chiacchierare, mi accorgo subito che la sua storia sotto un’apparente semplicità, rivela tanta tenacia e voglia di fare.  “La passione per il disegno e la pittura l’avevo scoperta alle Elementari, ma in quegli anni non c’era molta attenzione per queste cose”. Intanto arrivano i nostri caffè. “Quella mia passione sembrava destinata a rimanere in un cassetto. Poi un giorno … “ ed ecco che comincia un’altra storia:  “Quando ormai ero adulta , scopro che Alicia, una signora sudamericana titolare di un negozio qui a Ischia Ponte,  organizza un  corso di ceramica. E ho colto l’occasione”.  Era il 2000. “Alicia apprezza molto il mio lavoro e mi incita a continuare, e così l’anno dopo mi sono iscritta a Napoli a un corso  di pittura con la spatola al Laboratorio Le Muse ”.  Sotto la guida del Maestro Luigi Cerqua,  Antonella affina la tecnica e cresce in fiducia,  tanto che nel 2005 prende parte ad Expressioni,  una kermesse di arte giovane che si svolge a Villa Arbusto.  Forse questo è stato un momento decisivo per farsi conoscere ed entrare in contatto anche con altri artisti. E infatti, conferma Antonella: “Ho conosciuto artisti come Antonio Cutaneo, noto per i collage con le pezze, e Marco Cecchi, pittore, scultore e grafico. Frequentare persone di questo livello mi ha dato modo di apprendere molto”.
Nel 2008 un’altra tappa importante. Alicia, la signora sudamericana che le aveva dato modo di aprire il cassetto dei sogni,  torna a Ischia dopo un periodo di assenza e aiuta Antonella ad organizzare la prima mostra personale alla Torre del Mulino. Il tema è Ischia.
A questo punto Antonella comincia anche a sviluppare curiosità per i ritratti. Eppure il suo soggetto  preferito è e rimane Ischia. “Sì, perché Ischia mi piace, ci vivo bene. Non ho molto interesse per il viaggio. Sono consapevole  che viaggiando potrei ampliare i soggetti da dipingere, però … ”. L’osservazione di Isabella mi fa saltare dalla sedia: “Forse è la prima volta che mi trovo di fronte a un’Ischitana che vive Ischia con piena soddisfazione, senza se e senza ma” Sì, perché noi isolani di solito viviamo Ischia con conflittualità. Antonella no, vive Ischia con amore assoluto. Ed è un amore che si esprime tutto nei suoi quadri.
Seguono tante altre esperienze, tutte importantissime, come la mostra nel 2010 a La Casa degli Artisti a Villa Rosica, frutto della frequentazione con altri artisti di spicco dell’isola come Massimo Venia, Giovanni Lubrano Lobianco, Silvia Bibbò , poi diverse mostre alla Torre del Mulino e il logo della festa di S. Anna nel 2015. Molto pregnante è stata anche la partecipazione alle tre edizioni delle Estemporanee di S. Luca, una manifestazione che si svolgeva in autunno e vedeva impegnati gli artisti per strada con il coinvolgimento della gente.
Ma c’è un aspetto che mi colpisce profondamente.  Antonella ci racconta che talvolta, insieme con altri artisti, dipinge nei boschi, trovando soggetti tra i colori della natura, negli itinerari più impervi come Piano Liguori a Campagnano, divulgando quindi una parte di Ischia che ancora pochi conoscono. “Molti mi dicono che rispetto all’inizio la mia pittura si è modificata, una volta i miei quadri erano ricchi di colore, ora sono più tenui e delicati. Ma non è vero che il colore tenue esprima tristezza. Quando sono triste o qualcosa non va, non dipingo”. Ecco, la pittura di Antonella esprime solo gioia di vivere.
Alla fine della nostra chiacchierata, solo una cosa non mi è piaciuta. Quando mi alzo per pagare, mi accorgo che Antonella ha già saldato il conto. Ah no, non va. Dobbiamo rifarci. Invitiamo Antonella ad un altro caffè. Ci sarete anche voi?

Vecchie compagne e parole che contano

Mina_Scotto

È un caffè dal sapore antico quello che sto per raccontarvi.  O meglio è il riassunto di tanti caffè, di parole belle e importanti. Ho conosciuto Mina Scotto ai tempi della scuola.  Lei, di un paio di anni più grande di me, frequentava una classe mitica della sezione C in quel Liceo Classico di Ischia degli anni ’70. Era una classe che in me, due anni più indietro, suscitava grande ammirazione per quella compattezza e quella voglia forte di partecipazione.  Ci siamo frequentate soprattutto fuori dalla scuola. Abbiamo condiviso l’impegno politico, il femminismo, la voglia di esserci, di partecipare e anche di divertirci. Per me quegli anni ’70 sono stati belli, ricchi e anche sofferti. Tra le persone che frequentavo allora, lei era quella più incisiva. Ogni tanto all’uscita di scuola mi prendeva sotto braccio, capiva che qualcosa non andava: “Ehi, che c’è che non va? Ci vediamo stasera per parlarne?” Spesso scuotevo la testa, il controllo familiare per me era opprimente, non sempre riuscivo a trovare la scusa giusta per essere presente alle nostre riunioni, ai nostri incontri. “E allora parliamo ora. Che c’è che non va?”, mi incalzava lei. Quanto sono state importanti quelle parole.
Dopo il Liceo, quando ormai l’impegno politico era tramontato, ci siamo perse.  All’Università che pure abbiamo frequentato a Napoli grosso modo nello stesso periodo, non ci siamo quasi mai incontrate. A Ischia non avevamo contatti. Avevamo preso strade diverse.
Poi una mattina di un bel po’ di anni fa, mentre camminavo di fretta per il Corso di Ischia, mi sentii chiamare: “Ehi, traduttrice, dove te ne vai?” Fu il nostro primo caffè da adulte … E da allora ce ne sono stati tanti. Ogni tanto la chiamo: “Ehi Mina, ho bisogno di parlare… “ Ma certo, mi risponde lei rassicurante. Vediamoci là.
Non sempre la vediamo allo stesso modo, anzi talvolta ci scontriamo fino a litigare. Ma non importa.  Con le parole poi riusciamo a capirci, a spiegarci, a rispettarci. Qualche volta le confido con tanta amarezza: “Io penso di non aver lottato abbastanza in quegli anni, a volte credo di  essermi arresa troppo presto e di essermi persa per questo un bel po’ di cose”. E lei: “Hai fatto quello che potevi fare in quel momento. È inutile starci male ora, guarda avanti, non voltarti troppo indietro, non vivere nel rimpianto, altrimenti ti rovini il presente che invece può essere bellissimo”.
Ecco sì, il presente. Eppure noi non abbiamo paura del nostro passato, quello vissuto insieme, quello delle lotte a scuola, in famiglia, per strada. Anzi, quel nostro passato ci rende orgogliose. E soprattutto non abbiamo paura delle parole. Se non ci capiamo, ne adoperiamo altre fino a spiegarci. Noi amiamo le parole.
Naturalmente Mina mi perdonerà per la foto così così

Da Milano a Ischia: traduttori di prestigio

Milan_NaviglioGrandeIl Naviglio grande, le strade degli artisti, una cenetta tra colleghe in una Milano che non conoscevo. È una  città che ogni volta  mi sorprende. Non è la Milano da bere o da mangiare, quella che sto scoprendo. È piuttosto un libro  da sfogliare piano piano, con i ritmi lenti che piacciono a noi Meridionali.
Queste preziose occasioni di conoscenza me le offre puntualmente ANITI, l’associazione traduttori di cui faccio parte. La mattina di sabato 14 aprile si celebrava l’Assemblea annuale dei soci, vivacissima, come sempre. Ma l’Assemblea non è solo discussione su statuti e novità legislative. È anche una ghiotta possibilità di incontro. In un mondo che sembra muoversi solo nella virtualità di schermi e tastiere, momenti come questo ti aiutano a riscoprire il valore della relazione diretta con le persone.
Giaveri_LavieriDi  pomeriggio, dopo un pranzo piacevole, ci ritroviamo tutti al lavoro, per incontrare due persone di prestigio del mondo della traduzione: Maria Teresa Giaveri, membro dell’Accademia delle Scienze di Torino e docente di Letterature comparate, e Antonio Lavieri, docente di lingua e traduzione francese all’Università di Palermo. Il tema era la traduzione di testi letterari dal francese. Non è una mia lingua di lavoro, avevo temuto che l’evento non mi interessasse. E invece ecco un’altra sorpresa: il ritmo e la forza delle parole dei due relatori, mi catturano, fin quasi a travolgermi.
Comincia lei, la prof. Maria Teresa Giaveri.  Ci racconta ad esempio quanto sia importante per un traduttore il contatto diretto con la lingua di partenza – quella dalla quale traduci –  per conoscere i Realia, quelle parole che rappresentano cose, oggetti, concetti tipici di una cultura che potrebbero rimare sconosciuti se non la frequenti costantemente. E inoltre, ci spiega ancora Maria Teresa Giaveri, la lingua  si evolve  e talvolta anche le traduzioni dei Classici devono essere “svecchiate”, perché altrimenti rimarrebbero imbalsamate e diverrebbero noiose. Talvolta, non sempre. Capita infatti che le traduzioni più antiche rimangano quelle migliori. Gli esempi non mancano.
IlCastelloE poi lui, il prof. Lavieri, ci parla di testi che possono sembrare intraducibili perché contengono anagrammi, giochi di parole o comunque situazioni che nella lingua di arrivo – quella nella quale si traduce – non funzionerebbero se ci si limitasse alla traduzione della parola, se si rimanesse troppo fedeli al testo. Ed ecco che il traduttore deve ricorrere a se stesso, alla sua capacità di trasformare per rendere il testo.
Dal_Castello_1Ci parla il prof. Lavieri della sua esperienza personale. Ha tradotto dal francese Mon Faust di Paul Valéry, un’opera teatrale, quindi un testo già di per sé è difficile da tradurre. E qui – amici lettori – a un certo punto sono letteralmente saltata dalla sedia. Sentite un po’ cosa ci racconta il prof. Lavieri. La traduzione gli è costata sei mesi di lavoro, durante i quali ha lavorato 12-13 ore al giorno. Talvolta di notte si svegliava di soprassalto con  una soluzione più adatta per quel tal problema.  E non è finita. Perché il lavoro completo è stato sottoposto a ben 8 revisioni. L’ultima è stata eseguita con la prof.  Giaveri al Castello Aragonese di Ischia. “Siamo rimasti chiusi per tre giorni al Castello… chiusi, si fa per dire: eravamo circondati dal mare”. Sì, il mare ispira, tranquillizza, coccola, accoglie.
Qualche battuta finale, nel  corso del dibattito, mi ha lasciata perplessa. La prof. Giavieri ci parla di un autore macedone che in genere viene tradotto dal francese, perché la traduzione francese risulta migliore del testo macedone. Anche qui salto dalla sedia e interrompendo la paziente e brava prof. le chiedo: “Ma lei crede che sia giusto che un traduttore intervenga fino al punto da migliorare il testo?”. Sì, mi risponde lei, pur avanzando qualche se e qualche ma. Rimango perplessa.  Ma le perplessità sono motivo di riflessione e arricchimento. La giornata è stata splendida. Non posso che ringraziare i due prof e naturalmente ANITI.
E prima di andare a prendere il caffè  sotto al Castello di Ischia, un’ultima notizia: Mon Faust di Paul Valéry è stato tradotto dal prof. Antonio Lavieri per i Meridiani Mondadori

Napoli: un entusiasmo che va oltre

S.Paolo

Per un attimo metto da parte gli attrezzi del mestiere stamattina. Non è un giorno come gli altri, la gioia è troppo grande.
Chi non è appassionato di calcio forse non potrà capire, magari penserà che i Napoletani sono i soliti fanatici che si appassionano a cose da poco, mentre la città sia pur bellissima è piena problemi.  Ma il calcio e lo sport sono una metafora della vita. E allora possiamo provare a dire qualcosa che vada oltre quel campo verde.
Non so voi, ma io che quindici giorni fa ho assistito a Napoli-Chievo in TV, ho avuto la sensazione che fosse il pubblico, la gente di Napoli,  a spingere la palla in rete, la prima e la seconda volta, per capovolgere il risultato e quel destino che sembrava ineluttabile. Quel coro fantastico “starò con te e tu non devi mollare … “ ha una forza enorme e un significato che va oltre la palla in rete in un campo di calcio.
E ancora domenica scorsa, mentre io uscivo da S. Siro a testa bassa dopo un risultato che sembrava fatale, vedevo tutt’intorno a me la gente di Napoli  che continuava a crederci. Contro l’Udinese, mentre si perdeva e sembrava finita, la gente di Napoli cantava forte: “starò con te e tu non devi mollare”.  E la squadra ha vinto.
A Torino è esplosa la gioia. Non è ancora fatta, ma ora si può sognare davvero.  Non so se sia un caso, ma a salire fino al cielo per colpire la palla di testa e gonfiare la rete, è stato un gigante di colore, un Senegalese. Anche questo ha un valore simbolico fortissimo.
Già da qualche anno al San Paolo si canta: “Un giorno all’improvviso, mi innamorai di te … e difendo la mia città”.  Sì, difendo la mia città, cantano i tifosi.
Non so come andrà a finire nel duello sportivo tra Napoli e Juve. Io so soltanto che se provassimo ad andare oltre, se riuscissimo a trasferire quell’entusiasmo, quella voglia di crederci dal campo verde alla vita quotidiana, altro che scudetto. Napoli sarebbe una città Campione, da tutti i punti di vista.  E allora proviamoci.