Al tavolo di Amalia

di Laura Mattera Iacono

Il colera e il Napoli di Vinicio

Ricordi di anni ’70 in un articolo di 3 anni fa…
In quel Napoli di Vinicio, giocava anche Peppe Massa

Al tavolo di Amalia

Il S. Paolo

I vostri commenti, ma anche i recenti fatti e fattacci “calcistici”, mi inducono ad approfondire il tema del “colera”, che come vedrete – e come ricordava qualcuno nei commenti – si interseca con il calcio.

Alla metà del settembre di quel 1973, mentre l’epidemia imperversava, arrivò una “buona notizia”. Ci sono i vaccini! Subito mio padre ci spiazzò. “Non è un vaccino – disse sorridendo – non esiste un vaccino per il colera. E’ solo una medicina che rende l’organismo più forte. Non è detto che chi fa l’iniezione non contrae la malattia. Ha solo minori possibilità di contrarla”. E concluse: “Certo, è sempre meglio farla”. Era una strana iniezione per la verità. Bisognava farla in due volte, sul braccio, a distanza di una decina di giorni l’una dall’altra.  Io ero terrorizzata. Ma non era la sola. Allo studio di mio padre la folla era immane. Tutti in…

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Un caffè in via dei Tribunali

Portico340 È una Napoli che quasi non riconosco quella che mi si presenta davanti agli occhi tra via Mezzocannone, piazza S. Domenico Maggiore, piazzetta Nilo. Nei miei anni universitari era una “carta sporca” puntellata dai tubi innocenti del post terremoto dell’80. Passavi davanti a  palazzi, chiese,   monumenti senza quasi accorgertene.  La bellezza della città per me era tutta nella vivacità della vita universitaria.
Dopo la Laurea non ho più frequentato Napoli con assiduità, le mie escursioni sono sempre state lavorative, frettolose, scandite dall’orario degli aliscafi.  Non ho mai neanche partecipato a un Maggio dei Monumenti, per quanto l’idea mi abbia più volte stuzzicato. Nelle mie domeniche di maggio in genere è il calore delle colline di Ischia a prendere il sopravvento.
Così quando Renata ed io sbuchiamo in via dei Tribunali rimango quasi interdetta. È un piacere passeggiare sotto quei portici, muoversi tra la gente, guardarsi intorno. Renata, una ricercatrice e appassionata di storia, si rivela una guida d’eccezione. Mi racconta tanto, perché a Napoli ogni mattonella ha una storia da raccontare. “Vieni – mi dice d’improvviso – ti offro un caffè in un posto speciale”.
Ci avviciniamo a un bar con un nome particolare, Portico 340. Tra i tavoli sistemati all’esterno spicca su una sedia la figura in cartapesta di Eduardo. All’interno si avverte la presenza discreta dei libri poggiati su qualche scaffale. Poco oltre il bancone,  una saletta arredata con cura, sembra il luogo adatto per fermarsi un attimo.  Dopo  l’ottimo caffè Renata mi presenta la titolare, Lucia Azzurro,  una persona molto cordiale che si presta volentieri al racconto: “Da diversi anni questo bar è diventato un punto d’incontro e di aggregazione. Organizziamo presentazioni di libri, mostre di pitture o fotografiche, il tutto naturalmente condito da qualche stuzzichino”.  Renata conferma: “Le manifestazioni sono interessanti e si mangia bene. Ci devi venire”.
CaffédiNapoliLa mia curiosità aumenta: “Quando studiavo a Napoli, queste strade erano completamente diverse “ La svolta – mi spiegano – c’è stata nel ’93 quando per la prima volta si organizzò il Maggio dei Monumenti…
Ma è un bar frequentato anche da studenti?”, chiedo ancora.  “Per la verità  – mi risponde Lucia – i punti d’ incontro degli studenti sono altri. Piazza Bellini, ad esempio. Questo è un posto frequentato da turisti o anche da Napoletani adulti, quelli che amano la cultura o anche solo fare quattro chiacchiere, assaporando qualcosa da bere o da mangiare”.
Mentre scatto qualche foto, Lucia corre a prendermi un libro ,”Caffè di Napoli”. E lo sfoglia con giusto orgoglio: “Giuseppina De Rienzo, autrice e giornalista, ha dedicato al bar questo capitolo”. L’occhio corre sulla pagina … “Ah, ma allora quell’Eduardo di cartapesta è opera di Claudio Cuomo?”. Sì, mi risponde Lucia. “Ma guarda, è il signore che abbiamo incontrato al lavoro in bottega poco fa”. È davvero molto bravo. Napoli non smette mai di stupirti …
Nel salutarmi, Lucia mi promette di aggiornarmi sulle sue iniziative.
E intanto Renata ed io proseguiamo nella nostra passeggiata …

Quei vicoli di Napoli

Venerdì pomeriggio, salto di corsa sull’aliscafo delle 14:35 da Ischia Porto. Voglio andare a “Ricomincio dai libri”, una fiera che si tiene nel cuore di Napoli, in via dei Tribunali. Ho appuntamento con Renata, un’amica napoletana, in piazza Bovio, nei pressi dell’Università centrale. “Che bello, rivedersi a Napoli”, mi dice lei quando si incontriamo. Andiamo a piedi, la sede della Fiera non è poi così lontana.
Ci addentriamo per via Mezzocannone,
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L’oncologia a Ischia

Sentire le testimonianze della gente che ci è passata, che ha toccato con mano il dolore, la paura, mette i brividi.  Diverse persone con le lacrime agli occhi si sono avvicendate al microfono per raccontare la loro esperienza. E tutti hanno elogiato quei medici che lavorano con passione. E ora?
Ecco i fatti. A Ischia il reparto di Oncologia, diretto da medici bravi e appassionati, funziona bene. Ma ecco che arriva il pasticcio. Il reparto non sarà più autonomo, ma accorpato a un ospedale di Pozzuoli, con conseguente ridimensionamento.  E Ischia protesta
Questo in estrema sintesi. Vi invito a leggere altri dettagli in merito che certamente compariranno sulla stampa locale. Qui mi limito a urlare: VERGOGNA

L’antica funivia di Ischia

Antica_Funivia_di_IschiaVoglio raccontarvi una breve passeggiata per Ischia che ha avuto dei risvolti inattesi.
Sabato scorso, una bella mattina di autunno, avevamo poco tempo il mio esperto e io. “Andiamo dai,” mi dice lui. “Torniamo presto, è qui vicino”. Lo seguo presa dalla curiosità. Andiamo in auto per via Quercia, poi per via Nuova dei Conti, quelle che un tempo erano stradine che dal porto conducevano in una zona più alta, in campagna, e che ora sono diventate stradoni intasate di auto. A via Nuova dei Conti, giriamo a destra e riusciamo a parcheggiare. “Eccoci – mi dice ancora lui – due passi e siamo arrivati”.

Panorama_dal_MontagnoneProcediamo a piedi per una strada in cemento, una salita abbastanza dura. Tutt’intorno case, tante case. Il panorama è splendido, molto più di quanto le mie foto possano documentare. Siamo al Montagnone.
Non appena entrati nel bosco, mentre il mio esperto si tuffa alla ricerca di funghi, qualcosa di strano attira la mia attenzione. Sembra un palo, sormontato da una ruota e da fili. “È l’antica funivia, o almeno quello che resta. Te ne ricordi?”, mi chiede lui vedendomi impalata a guardare.
Per la verità i miei ricordi sono molto vaghi in merito. Da bambina sentivo mia madre raccontare che una volta ci aveva portato mia sorella. “Mentre io sudavo freddo –  raccontava ridendo – lei si divertiva da morire e urlava estasiataVedo tutto il mondo‘.
Panorama_dal_Montagnone2
Io no, non c’ero mai stata. So solo che è stata chiusa tanti anni fa. “Per un incidente”, racconta qualcuno. “No, l’incidente non c’entra niente” ribatte qualcun altro. In effetti nei primi anni ’60 c’era stato un incidente che aveva coinvolto un paio di turisti, per fortuna senza conseguenze gravi. “La realtà è che la funivia è stata chiusa per far posto alla strada soprelevata all’inizio degli anni ’70″, mi dicono ancora.  In effetti la stazione di partenza era proprio lì dove oggi c’è un negozio di scooter,  all’incrocio con l’ attuale strada. E così all’inizio degli anni’70 è stato cancellato un pezzo di storia di Ischia, per far posto alla modernità, all’invasione delle auto.
Certo, con il progresso  le auto aumentavano.  Molti sostenevano – me ne ricordo bene – che una nuova strada era necessaria per non soffocare il porto. Quelli furono per Ischia gli anni della svolta, delle scelte.
Qualche domanda viene spontanea: il porto oggi non soffoca più per le auto? E quella nuova strada è servita davvero a qualcosa? O ci è costata solo lacrime per le tante persone che lì, proprio lì,  hanno perso la vita in incidenti d’auto? Era proprio questo il progresso che volevamo?
In attesa di risposte, voglio ringraziare Nicole, Pasquale e Giulia che commentando una foto sulla pagina FB de Al Tavolo di Amalia mi hanno permesso di ricostruire in breve la storia dell’antica funivia di Ischia.
E un grazie di cuore va a tutti voi lettori: siete sempre più numerosi.

In ospedale con Anna e Gioacchino

 

È stato l’ospedale di Ischia nei giorni dopo il terremoto a crearmi momenti di angoscia.
Nella notte del 21 agosto, l’ospedale era stato evacuato, i pazienti più gravi trasferiti in terraferma, gli altri sistemati in cortile alla meno peggio, in una sorta di tendopoli. Quella notte stessa, mentre i medici effettuavano un taglio cesareo per far nascere la piccola Anna, arrivarono da Napoli i tecnici che dichiararono la struttura agibile, permettendo così ai pazienti di rientrare nelle camere.

In quella situazione di confusione e di angoscia,  una mia parente doveva partorire. Io ero in ansia.
Come sta”, chiedo alla sorella. “È agitata – mi risponde lei – ma sta abbastanza bene, tutto è sotto controllo. Qualche amica le ha suggerito di andarsene a Napoli in una clinica privata. Ma lei non vuole”.
Sento un brivido lungo la schiena: “Brava”, rispondo. E mi sorprendo a pensare che in quelle circostanze forse al suo posto io sarei scappata.

La mattina del 24 agosto mi arriva una telefonata: “È in ospedale, forse ci siamo”.
Mi metto in macchina e vado anch’io, pur sapendo di non poter essere utile. Attraverso le strade sotto il sole infuocato del mattino, senza notare nulla di particolare. Solo nel centro di Casamicciola, nei pressi di piazza Marina, trovo un po’ di confusione. Il Capricho, una struttura in disuso che una volta era il tempio del divertimento serale, ospita Protezione Civile, Vigili del Fuoco, Forze dell’Ordine.
Proseguo senza problemi sul lungomare tra Casamicciola e Lacco. Da un’occhiata furtiva mi rendo conto che la spiaggia è ancora malinconica. Ecco, poco prima del centro di Lacco Ameno svolto a sinistra e sono in ospedale.
Salgo le scale con il cuore in gola, le ferite alle mura mi fanno impressione, ma non sono in grado di valutarne l’importanza,

L’ospedale è una palazzina degli anni ’50, l’ha costruito Angelo Rizzoli, un imprenditore milanese che venne a Ischia perché convinto che il turismo potesse essere un ottimo affare. Lo costruì a sue spese, vicino al mare, a poca distanza dal suo regno.  L’Albergo e le Terme della Regina Isabella, Villa Arbusto, sua residenza estiva, sono a pochi passi. Rizzoli costruì l’ospedale e lo donò al Comune di Lacco Ameno e a tutta la comunità ischitana, guadagnandosi per questo la fama di uomo magnanimo. In realtà, io credo, Rizzoli aveva capito che non era possibile creare turismo in un’isola sprovvista di un ospedale. Sì, l’imprenditore milanese negli ’50 aveva capito quanto fosse importante una struttura sanitaria in un’isola.
Oggi quella struttura è in continua lotta per la sopravvivenza. Manca il personale, mancano le risorse, alcuni ambulatori e perfino alcuni reparti sono continuamente a rischio di chiusura.
In ogni caso nel 2004 quella palazzina era stata sottoposta a lavori di ristrutturazione. E però il terremoto ha lasciato i suoi segni.

Salgo quelle scale. Sul pianerottolo all’ingresso del reparto di ginecologia e ostetricia, una signora in divisa verde mi sorride: “Siete qui per … ?” È l’ostetrica. “Non vi preoccupate, mamma e bambino stanno bene. Solo ci vuole tempo”. Quel sorriso mi rassicura. “Ma si ipotizza un cesareo?”chiedo ancora. L’ostetrica sorride: “Ma no. Procede tutto per il meglio. Bisogna solo avere pazienza”.

Mi guardo intorno spaesata. Non mi sembra che ci siano molte puerpere. Non so, forse è solo una sensazione. Decido di tornare a casa, tanto lì non posso fare niente.
E l’attesa è ancora lunga. Poco dopo mezzanotte, squilla il cellulare: “È nato Gioacchino. Tutto bene!”. Finalmente. La mattina dopo mi precipito ancora lì. Trovo nella stessa camera il neonato Gioacchino con Anna, la bimba nata proprio la notte del terremoto.
L’assistenza dei medici e del personale paramedico è stata eccellente, mi testimoniano le due mamme. “Sono stati bravi e rassicuranti”, mi dicono. Però la sensazione del giorno prima è confermata. Le puerpere sono poche e non è un dato legato ai giorni del terremoto. Quando è nata mia figlia, poco più di 18 anni fa, quel reparto era strapieno.
Molte donne vanno a Napoli a partorire”.  Perché? Se l’assistenza è buona, perché le donne vanno a Napoli? Nessuno mi sa rispondere

A voi che lo ricordate

Mio padre
Non c’è niente da fare. Puntualmente il 22 o il 23 settembre il Napoli scende
in campo per giocare una partita, come quell’ultima che vissi insieme a Lui sette anni fa.
È inevitabile che il pensiero corra a quei momenti. Ma non è di questo che voglio parlarvi ora.
Vorrei solo dire GRAZIE a tutte quelle persone che ancora oggi lo ricordano, a tutti quelli che incontrandomi, mi chiedono: “Ma Vuje sit a’ figlia du Dottore?“, per poi aggiungere con gli occhi lucidi: “Quanto ci manca vostro padre“.
Vorrei dire GRAZIE a quelle persone che commentano su Facebook gli aneddoti della sua vita, che di tanto in tanto pubblico.  Un commento mi ha particolarmente colpito: “Ci sono tantissime storie … bisognerebbe farne un libro“.
Senza la pretesa di pubblicare libri, vorrei dare a voi uno spazio. Se avete aneddoti, storie, ricordi legati a mio padre, raccontatemeli. Sarò felice di pubblicarli, anche senza menzionarvi, se desiderate l’anonimato.
Mio padre, il dottore Agostino, Pagliuchella, non era persona da targhe, monumenti o strade. Era una persona semplice che amava la gente semplice, la gente perbene, i giovani.
Con i vostri racconti, potremmo provare a ricordarlo e a dare voce a un’altra Ischia, quella che sta scomparendo, un’isola sicuramente più povera e, forse proprio per questo, più solidale. Un’isola che certamente aveva i suoi pregi e i suoi difetti.
Io che con Lui ho avuto un rapporto molto difficile, sarei davvero felice di ascoltarvi.
Vi abbraccio tutti

 

 

 

Sette anni dopo


A Te che correvi sempre quando da bambina avevo mal di pancia
A Te che temevi il mio spirito ribelle, anche se in fondo ti piaceva
A Te che leggevi le letterine che da bambina ti lasciavo sulla tua scrivania
A Te che non avevi tempo per ascoltarmi
A Te che mi hai apprezzato, quando ormai donna matura, ho cominciato a scrivere
A Te che amavi i giovani
A Te che mi hai detto: “Scrivi!”
A Te che … mi manchi tanto!
Pubblicato per la prima volta su FB Al Tavolo di Amalia il 22 settembre 2012

I giorni dopo

porto_di_casamicciola

Le spiagge dell’isola erano deserte nei giorni immediatamente successivi al terremoto di Casamicciola. Anche a Ischia Ponte, mentre la vita sembrava scorrere tranquilla sotto un sole implacabile, i lidi erano vuoti. Nelle ore calde della giornata, i turisti che avevano scelto di rimanere,  preferivano passeggiare per il Corso o sedersi al bar per un gelato o un caffè. Perfino le mamme ischitane, quelle con bambini che ogni mattina scalpitano per andare al mare,  avevano lasciato vuoti l loro posti abituali sulle spiagge libere.
Sarà per lo shock? Sarà per il lutto o comunque per quel senso di angoscia che ti prende dopo un evento del genere?  Riesco a darmi una spiegazione plausibile solo qualche giorno dopo, quando le spiagge ricominciano ad affollarsi. I dati diffusi sul momento dagli Istituti geofisici avevano parlato di un terremoto magnitudo 3,6 con epicentro in mare a 10 km di profondità. Questo aveva suscitato tra la gente il timore di un risveglio di un vulcano sottomarino o magari di uno tsunami. In molti pensavano di stare un po’ più al sicuro tenendosi lontano dalle spiagge.
Con il passare delle ore tra gli esperti comincia a serpeggiare qualche dubbio: com’è possibile che un terremoto con epicentro in mare faccia tanti danni in collina?  Gli effetti del sisma erano localizzati soprattutto a Casamicciola Alta, proprio come nel 1883. Ci sono voluti quattro giorni –  come ha sottolineato un lettore in un commento – perché arrivasse la correzione: l’epicentro è a Casamicciola Alta, a  soli 2 Km di profondità. E sulla magnitudo 4,0/4,3 o oltre, si discute ancora oggi.
Immancabili le polemiche, le scuse, le giustificazioni.
Intanto la TV continua il suo show: in tanti parlano, sembrano conoscere, sapere. Sorrido amaro quando su un canale nazionale, di quelli importanti, spunta una cartina dell’isola d’Ischia nella quale sono segnati solo 5 Comuni e non 6. Il Comune di Ischia era stato tralasciato. Eppure Ischia è una delle isole più importanti e più note d’Italia. Per questo genere di informazioni, basterebbe un click. Vabbè, pazienza, roba da poco.
Anche sulla conta dei danni le notizie sono confuse: il numero degli sfollati è alto, poi diminuisce, poi aumenta ancora. E mentre TV, giornali e social  puntano il dito sull’abusivismo, un dato mi lascia davvero perplessa:  9 scuole dell’isola  sono dichiarate inagibili. Fa scalpore il caso della scuola Manzoni di Casamicciola, in località Paradisiello, un po’ più a valle rispetto all’epicentro.  Era stata ristrutturata solo l’anno prima con una spesa importante,  eppure ha vacillato  di brutto subendo lesioni gravi. Quando le telecamere delle TV nazionali entrano nella struttura, la realtà che si para davanti agli occhi è da brividi: non oso immaginare cosa sarebbe successo se la scossa si fosse verificata durante l’attività didattica.
Ma è l’ospedale di Lacco Ameno a  richiamare l’attenzione. Ora ho bisogno di un caffè. Vi racconterò presto

Il vento/ Il Golfo 14 febbraio 2010

Pubblicai quest’articolo sul “Golfo” nel 2010, in epoca di abbattimenti, di frane, di discussioni. Ve lo ripropongo ora, perché convinta che sia molto attuale

Al tavolo di Amalia

Golfo14feb2010

E’ difficile raccontare dei nostri incontri  in questo terribile inverno ischitano. La tristezza si avverte nell’aria e neanche una bella passeggiata tra le stradine del centro vale a mitigarla. Anche perché talvolta ti soffia in faccia un vento maledetto, che sembra voler ricacciare indietro ogni passo avanti. Inutile nasconderlo. Il senso di amarezza e di sconcerto che si avverte ovunque, ha coinvolto anche il nostro tavolo. L’allegra brigata di persone che si riunisce di mattina presto per una buona dose di  chiacchiere e caffè, ha perso un po’ di spensieratezza. Nessuno però – e meno male – ha ancora perso la voglia di incontrarsi. I discorsi che si fanno al bar, non solo al nostro tavolo, sono molto seri, i toni talvolta sin troppo accesi. Spesso si alza la voce. I  contenuti li conosciamo bene.
“L’abusivismo è stata una necessità” – dice qualcuno – “la colpa è tutta…

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