Al tavolo di Amalia

di Laura Mattera Iacono

L’agricoltura a Ischia: una proposta dalla Pro Loco Lacco Ameno

Che c’entra Lacco Ameno con l’agricoltura?  È il Comune più piccolo dell’isola d’Ischia, molto noto per il mare, la Baia di S. Montano, le Terme valorizzate da Malcovati e Rizzoli, il Museo di Pithekusae, frutto di studi archeologici importanti, il Il Fungo di Lacco Amenocaratteristico Fungo.  Ma in un luogo così piccolo e bello, ha avuto spazio anche l’agricoltura? Pare proprio di sì.
Seguitemi, perché questa storia è davvero interessante.

Mi arriva una telefonata. È Annamaria Geladas, una mia vecchia amica:Vincenzo Morgera, presidente della Pro Loco Lacco Ameno, vorrebbe incontrarti per un caffè. La Pro Loco intende partecipare al dibattito che hai lanciato sul recupero dell’agricoltura a Ischia”. Accetto volentieri e ci incontriamo una sera in un bar del centro di Lacco.

L’agricoltura qui, in questa zona? Chiedo curiosa.  “Certo – mi risponde Vincenzo in passato le colline di questa zona, in particolare Crateca, alle falde dell’Epomeo, hanno avuto un ruolo importante nell’attività agricola di Ischia, soprattutto nella viticultura. E diciamo anche che rilanciare l’agricoltura significa difendere l’ambiente, il territorio, il mare, le acque termali dell’isola d’Ischia”.
Proposta AgriCultura Pro Lacco AmenoNon è un caso dunque che proprio l’attivissima Pro Loco Lacco Ameno sviluppi il progetto Ischia AgriCultura con il quale si vuole contribuire a recuperare la cultura della Terra, che negli ultimi tempi è andata scomparendo.
Più che di un vero e proprio progetto –  chiarisce ancora Vincenzo si tratta di una serie di idee concrete da sviluppare coinvolgendo tutti:  le Amministrazioni dell’isola, la  Scuola, gli imprenditori turistici e commerciali e quegli isolani che amano la Terra”.

Nel documento si sottolinea che Ischia è stata in passato soprattutto un’isola di Terra con solidi rapporti commerciali non solo in Italia, ma anche in Francia. È ben noto d’altra parte che l’isola per le sue stesse caratteristiche naturali dispone di un terreno fertile con potenzialità enormi.

Poi il turismo e l’edilizia selvaggia hanno contribuito a mettere in un angolino questa nostra cultura originaria che tuttavia sembra voler resistere. Esistono sull’isola iniziative lodevoli, come quella intrapresa dalla Pro Loco Panza che con Andar per Cantine adopera il mezzo di una sagra paesana per porre l’accento sulla vivacità della produzione vinicola ischitana.

Esistono inoltre alcune iniziative di privati e di imprenditori coraggiosi che intendono recuperare la cultura della Terra, sia per tutelare il territorio, sia per offrire ai giovani uno sbocco commerciale che affianchi l’attività turistica. Sono tuttavia iniziative che rimangono isolate e pertanto, fatta qualche brillante eccezione, non sempre riscontrano il successo meritato.

Vediamo in sintesi la proposta della Pro Loco Lacco Ameno
Testo proposta Lacco Amenoll primo passo è quello di coinvolgere le 6 Amministrazioni comunali al fine di creare un “marchio Ischia” per i prodotti locali. Il nome “Ischia” è spesso adoperato a fini speculativi, con un marchio si garantirebbe la provenienza reale del prodotto. Inoltre le Amministrazioni dovrebbero  individuare le aree nelle quali è possibile intraprendere le coltivazioni e studiare una serie di incentivi per quei giovani che volessero coltivare la terra.

Parallelamente bisogna coinvolgere la Scuola. L’Istituto Agrario, che sembra aver avuto poco successo, deve proseguire nella sua attività, perché oggi più che mai in agricoltura sono necessarie formazione e competenze specifiche.

Inoltre è indispensabile mettere in collegamento tutte quelle persone, quelle associazioni, quegli imprenditori che hanno interesse al recupero dell’attività agricola. Se si cammina insieme, si arriva più lontano.

Infine è necessario studiare un sistema di incentivi per albergatori e ristoratori che intendano mettere in tavola prodotti con il marchio “Ischia”.

Ringrazio per l’interessante caffè e lancio il dibattito con alcuni spunti di riflessione.

Innanzitutto una considerazione: molte persone sostengono che a Ischia la gente non ha più voglia di lavorare la terra, probabilmente perché l’agricoltura evoca ricordi di fatica e miseria. Per vincere questo pregiudizio, io credo  che bastino buoni esempi imprenditoriali. Se un giovane diplomato all’Agrario avvia una piccola azienda agricola e ottiene un minimo di successo economico, in tanti seguiranno l’esempio.

Io temo che i problemi siano altrove. Ecco una serie di domande. Quali sono le aree attualmente coltivabili a Ischia ? Si possono raggiungere senza cementificare, costruendo strade che snaturerebbero i luoghi e  sulle quali presumibilmente spunterebbero ville come funghi? Quali sono le leggi italiane, le direttive e i regolamenti europei in merito all’agricoltura? Esistono a Ischia consulenti legali e commercialisti esperti in materia  che possano aiutare i giovani?

E infine, forse la questione più difficile: come possono essere commercializzati i prodotti locali? Avrebbero mercato solo a Ischia o riuscirebbero a vincere la concorrenza anche in continente?
Parliamone …

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Anna a Ischia: Reggitana o Reggina?

Roberta. Ph: MarialuisiaDiCostanzo

Quanto è bella la gente di Reggio Calabria”, mi dice Roberta mentre lasciamo il bar Calise nel quale ci siamo incontrate con Anna, un’altra Reggitana in vacanza a Ischia.  Negli ultimi tempi ci è capitato spesso di incontrare gente di Reggio.

Anna è una mia vecchia amica, ci siamo conosciute quasi per caso e dal nostro ultimo incontro sono trascorsi circa 35 anni. Lei studiava a Messina, veniva a Napoli di tanto in tanto per completare la sua tesi di Laurea.  Soggiornava da noi, in quel mitico appartamentino di via Marina  che in quel periodo condividevo con altre ragazze di Reggio.
Ancora una Reggitana a Ischia, dunque?  “Ma noi siamo Reggini – mi corregge AnnaReggitano è dialetto e quasi dispregiativo”.  Eppure a me tornano in mente le parole di Irene, che oggi vive a Siderno: “ Focu meu. Reggina è solo la squadra di calcio. Noi siamo Reggitani”.

Problemi linguistici a parte, le cose da dirci sono tante.
Cosa hai fatto in tutti questi anni?” le chiedo.  E ci sarebbe tanto da raccontare. “Dopo la laurea sono stata per qualche anno a Milano, ma poi sono tornata a Reggio. Sono una provinciale, io”, mi dice con quello stesso sorriso di un tempo, solare, inconfondibile. “Ho fatto diversi lavori:  ho aperto un’agenzia di viaggi, poi sono stata consulente per pubbliche relazioni e tanto altro”.  Non tutto è andato per il verso giusto, non tutto va bene al Sud per il lavoro.
Ci sarebbe tanto da fare da noi al Sud – continua Anna  – ma le cose buone non decollano mai”.  E chissà perché.  È inevitabile ricadere nei nostri ricordi.  “Ma perché quando soggiornavo a Napoli,  non sono mai venuta a Ischia in quei fine settimana? E perché non ce ne andavamo in giro per Napoli e dintorni?”, si chiede oggi Anna incantata da quel poco che ha visto di Ischia.

Eravamo prese da altro. Dalla Laurea, dai nostri sogni, dal nostro futuro. E poi quella era una Napoli cupa, triste. Il terremoto di pochi anni prima aveva messo in ginocchio la città che era ridotta a un cumulo di ferraglia, di tubi innocenti. E tra l’altro quell’appartamentino di via Marina era confinato in una zona in cui, all’epoca,  al calar del sole cominciava il coprifuoco. Negozi chiusi, pochissima gente in strada. Eppure noi trovavamo sempre il modo di divertirci. Quante risate, quanti episodi curiosi, quante giornate a consolarci per gli esami che non finivano mai.  È inevitabile soffermarci su Menuccia, la nostra amica scomparsa solo qualche mese fa. Lei a Milano ci era andata per rimanerci e aveva fatto strada.  Ma la dolcezza dei ricordi prevale sul dolore. È come se Menuccia fosse lì, seduta al tavolo con noi.

Amalia, Teresa e Anna di Reggio Calabria

Dopo qualche giorno invito Anna a prendere un caffè a Ischia Ponte. Lei ci tiene a conoscere il nostro ormai famoso tavolo. Non c’è Roberta, che è partita per i suoi impegni universitari. Ci sono Amalia e Teresa. Le raccontiamo di noi, di come è nato il gruppo, la nostra amicizia. Le spiego come ho cominciato a raccontare chiacchiere e caffè prima sui giornali e poi sul blog. Le parliamo delle nostre passeggiate, del nostro modo di vivere Ischia.

E io ci tengo a sottolineare una cosa: “Quando dopo la Laurea mi sono stabilita a Ischia, ho sofferto di solitudine. Non mi ci ritrovavo in questo ambiente. Poi, grazie a loro, è andato tutto molto meglio”.
Anna sembra apprezzare molto. “E il Centro Traduzioni Le Copain?” mi chiede. E qui affiora un pizzico di tristezza. Dopo lo scioglimento della società – le spiego – ho lasciato perdere per il lavoro ogni idea di gruppo e di collaborazione . Oggi preferisco contare solo su me stessa. Mi occupo di traduzioni dal tedesco e di scrittura per il web. Insomma, vado avanti. “Fai quello che ti piace e vai avanti – mi dice lei sorridendo – con le competenze che hai acquisito, sicuramente farai bene”.Questa volta sono io a sorridere.
Ci accomiatiamo da Amalia e Teresa e andiamo a farci un giro in macchina. Prendiamo la strada per Barano, svoltiamo per Fiaiano, le indico i sentieri delle nostre colline, la zona del Cretaio, l’accesso al bosco della Maddalena. Arriviamo a Casamicciola e l’accompagno fino al suo albergo al centro di Ischia.  Ci salutiamo con la promessa di tenerci in contatto e di rivederci presto. Con un sorriso, naturalmente.
Quando mi siedo al mio tavolo di lavoro, ripenso  alle parole di Roberta: “Quanto è bella la gente di Reggio Calabria”.

Inos, il primo artigiano d’Ischia

di Mariangela Catuogno*

[Ischia era per gli antichi Greci Pithekoussai. Da cosa deriva questo nome? Secondo alcuni studiosi Pithekoussai significa isola delle scimmie. L’ipotesi ha una sua precisa motivazione, come ci spiega Mariangela Catuogno presentandoci un frammento rinvenuto sulla collina di Mezzavia a Lacco Ameno. Buona lettura. Laura Mattera Iacono ]

Stamattina mentre creavo come d’abitudine, giocando col cucchiaio, un piccolo vortice nella tazzina del mio caffè, ad un tratto sono apparsi nella mia mente immagini di gorghi e visioni dantesche, l’Averno e i Cercopi, infine le scimmie e Pithekoussai. Andando avanti, mentre è rapidamente scomparso il liquido nero tanto amato dalla tazza, per associazioni di immagini ho pensato ad un frammento di cratere scoperto nel sito del Quartiere artigianale di Mazzola sulla collina di Mezzavia, che reca dipinto un animale particolare all’esterno della vasca.

Frammento del cratere

Perché questo frammento l’ho associato ai Cercopi, alle scimmie e a Pithekoussai? Perché c’è stato uno studioso, il Peruzzi che ha riconosciuto in questo frammento l’immagine della scimmia collegandolo all’etimologia di Pithekoussai. Andiamo per ordine.

Nell’immaginario greco l’Ade era collocato presso l’Averno e i Cercopi, furfanti e creature estremamente furbe, rappresentavano la selvatichezza e la ruberia dei popoli arretrati, insomma i barbari ovvero ciò che era inteso come altro dal mondo greco, collocati per alcuni autori, dopo essere stati puniti da Zeus, nell’isola di Ischia e Procida ai margini del mondo e vicini agli Inferi.

I Cercopi erano spesso raffigurati in sembianze scimmiesche per mostrare la loro ferinità, insomma un golfo popolato da genti con le sembianze di scimmie……ovvero Pithekoussai, l’isola delle scimmie. Partendo da questo racconto mitico il Peruzzi interpreta l’immagine dipinta sul cratere di Mazzola come la prova che Pithekoussai rimandasse nell’immaginario greco alle scimmie, tanto da raffigurarlo anche sulle ceramiche di uso quotidiano. Ma inquadriamo cronologicamente e tipologicamente il frammento.

Quest’ultimo, datato alla seconda metà dell’VIII sec. a.C., è proprio di un cratere prodotto a Pithekoussai, proviene dall’unica struttura adibita ad abitazione del Quartiere metallurgico di Mazzola a Lacco Ameno, la casa absidata del capo dei fabbri pithecusani. Sulla vasca presenta una singolare raffigurazione: un animale raffigurato frontalmente con una barbetta e al lato una coda. Quando Giorgio Buchner nel 1972 pubblicò la notizia della scoperta del sito di Mazzola, inserì tra i reperti rinvenuti nello scavo il nostro frammento, perché per la prima volta si trovava raffigurata in ambito coloniale l’immagine di una sfinge, ma soprattutto anche perché l’artista straordinario, che realizzò il manufatto, ne rivendicava la paternità.

Descrizione del frammento

Ci troviamo di fronte alla prima firma di vasaio greco in Occidente: …Inos m’epoiese ovvero ….Inos mi realizzò!

Ed ecco a mio avviso il dato straordinario che vien fuori, l’orgogliosa rivendicazione di …Inos, purtroppo il nome ci è giunto incompleto, di essere l’autore di questo straordinario vaso. Il verbo poieo che significa fare/plasmare viene qui utilizzato per affermare che non solo è stato l’autore della forma del vaso- il vasaio- ma anche il decoratore- il pittore-. Perché sottolineo ciò? Per una ragione semplice: questa iscrizione dipinta dimostra che vasaio e pittore sono il medesimo artigiano durante l’VIII sec. a.C., dopo non sarà più cosi! Studiando opere posteriori si può tranquillamente osservare che spesso un vaso era plasmato dal vasaio, ma veniva decorato dal pittore e su di esso veniva apposta una duplice firma. Come al solito un piccolo frammento svela la storia degli uomini.

A questo punto resta da chiarire: scimmia o sfinge? Perché Giorgio Buchner aveva interpretato l’immagine come quella di una sfinge? La produzione ceramica tardo-geometrica rappresenta gli esseri umani e animali generalmente di profilo per una ragione ben precisa: il volto in posizione frontale è proprio degli dei e dei mostri, che possono ordinare, ammaliare, circuire gli uomini. A ciò si aggiunge la barbetta e la coda tipici di questo animale mitico dalle sembianze semiumane.

Il tentativo del Peruzzi, dunque, è stato quello di ancorare ad una tradizione letteraria sui toponimi ischitani, antica e a volte tendenziosa, una testimonianza archeologica nello sforzo di voler chiarire una lectio difficilior, ovvero una interpretazione di difficile comprensione, delle fonti antiche.

L’interpretazione di Buchner appare quella più convincente, come sempre frutto di una attenta riflessione sul dato materiale noto, dunque accogliendola non si tratta di “adorare le ceneri” a priori di un grande maestro, poiché sarebbe il più grande torto che si potrebbe fare al lavoro e all’onestà intellettuale di Giorgio Buchner.

Mi piace invece “ancorare” i dati, che ci fornisce questo piccolo frammento, alla storia di Ischia: quella orgogliosa firma dipinta durante l’VIII sec. a.C. inaugura una strada lunghissima di artigiani-artisti che realizzano oggetti in ceramica con la nostra argilla, su quest’isola dove gli influssi provenienti da tutto il Mediterraneo arrivano e creano una nuova sensibilità, di cui oggi quando riempiamo le nostre brocche col vino, dobbiamo essere eredi consapevoli di una tradizione millenaria.

 

Mariangela Catuogno Archeologa*L’autrice è archeologa, collabora con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area Metropolitana di Napoli e con la Diocesi di Ischia. È reperibile su FB cliccando qui > Mariangela Catuogno

L’agricoltura a Ischia: un dibattito interessante

L’agricoltura a Ischia può essere valorizzata e modernizzata, senza violentare le vie di accesso ai terreni agricoli? E in più in generale, è possibile recuperare l’attività agricola sull’isola d’Ischia? Sono domande che vi ho proposto nei miei post sulla passeggiata al borgo di Casapane a Fontana.

Il tema è molto complesso e sentito. Alcune persone mi hanno risposto in privato, dicendo che i giovani non sono interessati all’agricoltura perché troppo legata a periodi in cui a Ischia si pativa la fame. Altri sostengono invece che il lavoro della terra è considerato troppo faticoso.

Devo dire che nessuna delle due ipotesi mi convince. Oggi l’attività agricola si pratica in maniera completamente diversa rispetto al passato e, quanto alla fatica, possiamo dire, senza tema di smentite, che oggi tutto è faticoso. Il mondo del lavoro non è più tutelato come un tempo,  gli orari sono talvolta massacranti e la redditività non è quasi mai certa.

Perché dunque l’attività agricola a Ischia non attira? A questo proposito sulla pagina FB  Al Tavolo di Amalia proprio a margine del primo post su Casapane si è sviluppato un interessante dibattito, introdotto dalla mia guida Rosanna Sasso che sostiene: “Ischia è terra tufacea, poco fertile, molto arida, è difficile capire quanta acqua dare alle piante, quanto concime, molto spesso i terrazzamenti sono stretti e bisogna zappare a mano…
A questo punto, proprio su invito di Rosanna Sasso, interviene un esperto, Filippo Florio, un agricoltore, che scrive testualmente:  “I nostri Comuni sono assenti con i piani di insediamento produttivo, per cui è difficile attingere ai fondi PSR [Programma di sviluppo rurale], non abbiamo i De.co [Denominazione comunale] per tutelare e valorizzare i nostri prodotti di nicchia, super richiesti, non abbiamo la nafta agricola… Tutte cose che allontanano dal mondo agricolo.
Esempio: abbiamo acquistato delle pecore per pulire i sentieri, siano passibili di multe ed altro perché mancano i piani pascolo. Consumiamo il 40% delle carne nazionale di coniglio, non abbiamo un disciplinare che tuteli questa tradizione”. E conclude:
“I giovani si spaventano della burocrazia per imbottigliare, per macellare, per confezionare… Leggi che agevolano ci sono in Toscana, anche in Calabria… Da noi no. Tutto questo va cambiato
Oggi ci sono fondi per tutelare con alberi il degrado e le frane, ci sono fondi per il recupero delle colline... I giovani che hanno voglia vanno incentivati

Quindi il problema nasce principalmente dall’assenza della politica?  Io spero che l’intervento di Filippo Florio –  che ringrazio per aver acconsentito alla pubblicazione sul blog del suo intervento – possa innescare un dibattito.

In ogni caso a Ischia c’è ancora chi coltiva la terra anche solo per passione. Nella foto l’orto del papà di Rosanna Sasso.

Borghi di Ischia: gli archi di Casapane a Fontana

A conclusione della mia passeggiata a Fontana, vi propongo alcune foto di uno dei tratti caratteristici del borgo di Casapane: i portali ad arco. Alcuni sono ancora in buono stato, altri sono lasciati a se stessi, pur rimanendo bellissimi.
Una domanda agli esperti: non è possibile un’operazione di recupero?

 

arco di passaggio

vicolo

Dal terrazzo di Pupetta

arco allargato

arco di passaggio

Portale Villa Thomas

E devo dirvi che il discorso non termina qui, perché grazie ad alcuni lettori, sulla pagina FB si è scatenato un appassionato dibattito sull’agricoltura e sulle possibilità di recupero dell’attività agricola a Ischia. Ve ne parlerò presto.

Borghi di Ischia: le foto di Casapane a Fontana

Queste sono solo alcune delle foto della passeggiata a Fontana. Ne seguiranno altre

Dal Terrazzo della casa di Pupetta

La piazzetta

 

 

Nelle costruzioni antiche i bagni erano collocati all’esterno

La casa di Pupetta

Lampadario con foglie di fico

 

 

In piazza 

Antica fontana

 

Lungo il sentiero 

Una volta stalle per muli, oggi depositi

 

Sicuramente seguiranno altre foto, anche perché un capitolo a parte dovrà essere dedicato agli archi. A presto

Borghi di Ischia: Casapane a Fontana

Qualche giorno fa sono tornata a Fontana, uno dei luoghi più alti di Ischia, proprio alle falde dell’Epomeo. Avevo appuntamento nella piazza principale con la mia amica Rosanna che si era offerta di farmi da guida per una passeggiata al borgo di Casapane di cui vi avevo già parlato. È un sabato pomeriggio: il sole comincia a calare, le colline si specchiano nel mare. E già in piazza non resisto alla tentazione di qualche scatto.
A questo punto devo preannunciarvi una cosa. Il borgo è talmente bello, le foto scattate sono talmente tante che ho ritenuto opportuno dedicare di seguito un post solo alle foto con qualche didascalia.

Non appena cominciamo a scendere per via Nicola Iacono , Rosanna inizia a Stalle Casapane Fontana Ischiaraccontare: “Queste una volta erano stalle per muli e ciucci che servivano per trasportare merci ma anche per accompagnare i turisti all’Epomeo. Ora sono spazi riadattati a depositi o cantine”.
In effetti oggi si è preferiscono  i furgoni e le strade sono state adeguate.

Mentre Rosanna comincia ad illustrarmi il borgo, incontriamo una signora che ci saluta cordialmente. Si chiama Angelina, è una conoscente di Rosanna. Vedendomi con la macchina fotografica, dice con un tono carico di meraviglia: “Sapete, dopo Ferragosto è venuta qua una persona, ha scattato foto bellissime degli archi e di tutto il borgo. Ha scritto anche che non si aspettava di trovare un posto così bello qua”. E conclude: “Viviamo in un posto bello e neanche ce ne accorgiamo”.  Rosanna scoppia in una risata: “È stata la signora a scrivere. È per questo che siamo tornate, io conosco bene il posto e posso raccontarle qualcosa in più”.  La signora Angelina mi guarda piena di gratitudine: “Voglio dirvi grazie!”.

Proseguiamo lungo la discesa abbastanza ripida, passiamo davanti all’arco di cui vi ho parlato: “Qui ho frequentato la prima e la seconda elementare”, mi dice Rosanna.

La caratteristica del luogo sono gli archi in tufo che in qualche caso sono stati limati per far passare le auto. Già …  le auto devono passare dovunque.

 

Fontana Ischia anni 50In effetti il borgo anticamente si apriva proprio con un arco che poi è stato eliminato”, mi racconta Rosanna.

Ma c’è ancora un altro particolare di cui mi parla Rosanna. “In questa zona una volta si coltivava il Kapok, un albero che produce frutti circondati da fibra fuligginosa che si utilizzava per i cuscini”. Confesso che non avevo mai sentito parlare di quest’albero a Ischia.

Proseguiamo e arriviamo nella piazzola. “Una di queste palazzine un tempo ospitava le scuole elementari dalla III alla V classe, ai miei tempi però la scuola si frequentava già nella sede parrocchiale al centro di Fontana”, mi spiega ancora la mia guida.

Da qui la discesa si fa ancora più ripida, ma la strada è asfaltata. “Ora ci sono ville, un tempo erano orti terrazzati. La discesa conduceva ad una cava che poi degrada fino ai Maronti”. Un percorso che comunque non è mai stato percorribile, neanche in passato.

La casa di Pupetta 

Fermiamoci in piazzetta dunque. Rosanna mi fa entrare nella casa della zia, la signora Carmela, per tutti Pupetta. “Trasite! – mi dice accogliendomi – accomodatevi, vi preparo un caffè”. Cambiano i tempi, ma il senso dell’ospitalità da queste parti resiste.

Pupetta

La signora Pupetta mi mostra la casa, una di quelle costruzioni antiche in cui  si passa da una stanza all’altra senza corridoio. Mobili e suppellettili hanno tante storie da raccontare: una Madonnina antica, un lampadario in paglia artigianale, un altro ancor più originale con foglie di fico. Tavolo e comò danno il senso dell’ospitalità.  Pupetta si affanna a cercare foto antiche in un cassetto. Non le trova. “Non vi preoccupate, cercate con calma, tornerò”, la rassicuro.

 

Rosanna mi invita salire su per una scala. La vista dal terrazzo è imperdibile. C’è tutta la bellezza delle nostre colline che si specchiano nel mare con il sole al tramonto.
Ci sono case tutt’intorno che non sembrano abitate. Molti sono andati via, anche all’estero, Tentano di vendere, ma forse il prezzo è troppo alto.

 

Lampadario in paglia

Intanto arriva il papà di Rosanna, mi mostra il suo orto, curatissimo. E mi annuncia: “La Juve perde”. Una gioia che dura poco, purtroppo.

La verità  – mi dice amaramente Rosanna a conclusione della nostra passeggiata – è che negli ultimi dieci anni la gente è andata via da Fontana”. E’ difficile capire il motivo. Forse le ragioni sono tante. “Negli anni ’80 e ’90, d’estate c’era movimento. Venivano tanti turisti tedeschi che animavano la zona. La gente che aveva i muli lavorava molto per le escursioni all’Epomeo. Ora non è più così”. Magari possiamo anche dire che l’agricoltura, che si sperava potesse riprendersi e affiancare il turismo, non è decollata. E poi i trasporti pubblici sono una frana. Se devi arrivare al porto con l’autobus sono dolori.

Insomma sembra proprio che la bellezza di questi luoghi sia destinata a rimanere nascosta.

Ho un’ultima curiosità da chiedere a Rosanna.  L’altra volta avevo visto camminare per questa strada una signora che, pur essendo anziana, aveva un portamento di un’eleganza straordinaria.Deve essere Giovanna – mi risponde lei –  È una signora molto anziana e fa parte di quella generazione di donne abituate a portare  le ceste sulla testa. Sai come si faceva vero? Si metteva un tortano di stoffa in testa e sopra si poggiava la cesta. Molte donne riuscivano a portare la cesta senza aiutarsi con le mani. Questo le ha abituate a un portamento elegante”. Altro che modelle, mi viene da pensare.

Rosanna è così gentile da procurarmi alcune foto d’epoca che ci raccontano proprio com’erano Ischia, Fontana, il borgo di Casapane un po’ di tempo fa.
Intendiamoci: la nostalgia è una tentazione nella quale non dobbiamo cadere. Quelli erano tempi di povertà. Però una cosa possiamo sottolinearla. Tra il come siamo e il come eravamo ci poteva essere una via di sviluppo diversa. Alcune cose potevano essere salvate e valorizzate anche e soprattutto nell’ottica del progresso. L’agricoltura, ad esempio poteva essere modernizzata e valorizzata, senza cementificare scriteriatamente le vie d’accesso ai terreni agricoli. Possiamo dire che i soldi ci hanno fatto impazzire? Possiamo dire che in tutta l’isola d’Ischia è mancata una visione d’insieme che facilitasse uno sviluppo più sostenibile e più aderente alla nostra tradizione?

Intanto a breve vi proporrò un altro post con tante altre foto Casapane,  un borgo che merita tutta la nostra attenzione. E naturalmente un caloroso GRAZIE a Rosanna a zia Pupetta e a tutta la gente del luogo per la calorosa accoglienza.

In ricordo di Christa Rodenstein: la mia Maestra

Chi ha avuto la possibilità di parlare in tedesco con Christa Rodenstein – la signora D’Arco, come la chiamavano tutti a Ischia – sa che il tedesco è una lingua meravigliosa, perfino musicale. Io ho avuto questa fortuna.
Alla fine degli anni ‘ 70 mi ero iscritta a Lingue a L’Orientale di Napoli. Ero una ragazza scontrosa, incupita, chiusa. Volevo aprirmi al mondo, imparare a comunicare. Come prima lingua avevo scelto il tedesco, che in tanti definivano astruso, difficile, duro.  Superai il primo esame –  Tedesco I – con qualche difficoltà. Non sono mai stata una buona studentessa, non ho mai preso voti alti, ma in quel caso le difficoltà mi disturbavano più che in altre circostanze. Volevo imparare a comunicare in tedesco e non riuscivo a parlare. La grammatica ha tante regole, la costruzione della frase mi sembrava un’espressione matematica, le declinazioni degli aggettivi,  i verbi forti, deboli e misti mi ricordavano le terribili versioni di greco . Tutto questo mi bloccava e non riuscivo a mettere insieme una frase.

Me ne vado per un po’ in Germania”, pensai. Un prof all’Università me lo sconsigliò:  ” Dopo un solo anno di studio è troppo presto. Le nozioni che hai sono troppo scarse. Rischi di sprecare tempo e soldi. Trova qualcuno per fare conversazione quest’estate. A Ischia non ti sarà difficile”. Certo. Ischia all’epoca era piena di Tedeschi, non solo turisti. In tanti vivevano a Ischia, per scelta o per circostanze della vita.

La signora D’Arco, mi suggerirono in famiglia. Viveva proprio vicino a casa mia. E così andai da lei, impacciata, imbarazzata. Lei mi accolse con un sorriso. “Non riesco a parlare, non riesco, non riesco”, era il mio mantra. “Ma come no?”, mi diceva lei sorridendo. E piano piano, lezione dopo lezione, parola dopo parola, tra un caffè e una chiacchiera, cominciai a imbastire un discorso. Con quel suo sorriso, riuscì a far sembrare fattibili quelle cose che prima mi apparivano impossibili. E all’Università le cose cambiarono. Piano, piano.

A quel punto mi sentivo pronta per la grande avventura. Desideravo andare in Germania per l’estate. Non era facile come oggi, non esisteva internet, non c’erano progetti Erasmus, i contatti non erano semplici. Bisognava arrangiarsi. Scrissi a una scuola per un corso estivo. Mi risposero che non avevano più posti. Fu ancora lei a darmi una mano. “Adesso vedo io cosa posso fare”. Una sorella viveva a Mainz, nel cuore della Germania. Lei le chiese di mettere un annuncio su un giornale locale per trovarmi una sistemazione in una famiglia. E così a vent’anni partii, piena di sogni e di paure. Cominciai a conoscere la Germania, al di là della letteratura e della grammatica. Entrai nelle case delle persone, conobbi le loro abitudini, il loro modo di porsi verso gli altri, verso gli ospiti.

Storcendo il naso, mi adattai a mangiare omelette alla marmellata, insalata con yogurt o cibi che mischiavano dolce e salato.  Soprattutto scoprii che la Germania non era solo il paese della puntualità e della precisione. Era il paese – eravamo nel 1981 – in cui i ragazzi di 18 anni lasciavano la famiglia, trovavano un lavoro e si rendevano indipendenti, pur tra mille difficoltà, dati il costo altissimo della vita.  La ragazza che mi ospitava era poco più grande di me, viveva da sola, lavorava. Voleva essere indipendente e pagava per questo il prezzo della solitudine.  La convivenza non fu semplice. Io ero chiusa e scontrosa, lei troppo legata alle sue abitudini. In certi momenti volevo mollare tutto e tornare a casa.

Un giorno telefonai alla signora Christa che intanto era venuta a Mainz a far visita alla sorella: “Datti un po’ di tempo ancora – mi suggerì lei – se molli tutto, rischi poi di rimanere marchiata da questa esperienza negativa. Prova ancora per un po’”. Le diedi ascolto. E ancora una volta le cose migliorarono. Piano piano.
Quello fu il mio primo passo non solo verso la Germania, ma verso il mondo, verso gli altri. Fu l’inizio di un’avventura.

In seguito non ho più frequentato Christa Rodenstein, come avrei dovuto e potuto. La vita ci ha portato lontano, come spesso capita. Negli ultimi tempi la vedevo camminare per strada con qualche sofferenza. “Ci vedremo presto per un caffè”, le dicevo ogni volta che la incontravo. “Ti aspetto” mi rispondeva lei fiduciosa, con quel suo bel sorriso. Non ho fatto in tempo. Christa Rodenstein ci ha lasciato qualche giorno fa. E io spero che possa perdonarmi per tutti quei caffè che le avevo promesso e che non sono riuscita ad offrirle. Non dimenticherò mai il suo aiuto, le sue parole, i suoi incoraggiamenti. E la ricorderò sempre con quel suo bel sorriso.

L’archeologia a Ischia: il reimpiego tra antico e moderno

di Mariangela Catuogno*

[Sorseggiando un buon caffè  oggi la nostra esperta ci porta a spasso tra Lacco Ameno e Forio, ci fa conoscere alcuni reperti rivenuti nella Basilica di S. Restituta e sulla collina di Monte Vico, ci parla del Torrione,  ponendosi una questione impegnativa. È possibile riutilizzare i materiali antichi senza snaturarli? Non si rischia in questo modo di mercificare l’arte? La risposta è sorprendente. Buona lettura. Laura Mattera Iacono]

Dalla tazzina l’aroma del caffè nero bollente si espande per la cucina e i suoi effluvi hanno il potere di destarmi, una nova giornata inizia e con essa parte una riflessione su una tematica archeologica molto particolare: il reimpiego ovvero il riutilizzo di materiali antichi in epoche più recenti. Del resto vi ho già raccontato come il caffè riesca, nel caleidoscopio di immagini racchiuse nella mia mente, a solleticare in me nuove riflessioni ed ecco che compare improvvisa l’immagine della stele onorifica di Seia Spes, conservata sul sagrato della Basilica di S. Restituta a Lacco Ameno.

 

Stele Seia SpesSeia Spes è una giovane donna che partecipa ai Sebasthà, giochi olimpici celebrati in onore dell’Imperatore e di Roma a Neapolis, e riporta la vittoria dell’ambita corona di grano sulle altre matrone; il marito decide di onorarla commissionando questa opera che ricordi l’impresa. Nell’iscrizione incisa sulla stele, che certamente doveva sorreggere la statua della donna, L. Cocceius Priscus ricorda la vittoria di sua moglie Seia Spes, figlia di Seius Liberalis tamias e agoranomos (cariche politiche ricoperte dal padre nella città di Neapolis) nello stadion nella trentanovesiva Italide (nel 154 d.C.).

 

Gli scavi di S. Restituta

Questa iscrizione edita nel 1952 da Giorgio Buchner, lo scopritore dell’antica Pithekoussai, e ripubblicata successivamente da don Pietro Monti, Rettore della Basilica di S. Restituta,  ha offerto vari spunti di riflessione. Innanzitutto solo una città greca come Neapolis poteva celebrare l’imperatore come divino, impensabile per il mondo romano. Tuttavia la vera novità è la partecipazione delle donne alle gare, inammissibile nel mondo greco.  Infine i personaggi citati nell’iscrizione appartenevano ai ceti che gestivano la politica cittadina neapolitana, ma dovevano avere qualche legame politico o economico con Pithecusae.

 

Pianta Cappella Lacco Ameno A questo punto però vorrei parlarvi delle modalità di rinvenimento della stele: gli scavi dell’area archeologica di S. Restituta sono iniziati nel 1950 per sostituire il pavimento maiolicato della Cappella, ormai in pessime condizioni. Durante le fasi di scavo la stele fu scoperta all’interno del muro della Cappella, che in origine doveva far parte di quell’Oratorium costruito dalle fondamenta dal Conte Marino e che è raccontato nel Rogito del 1036. Dunque in piena epoca medievale una stele di epoca romana viene reimpiegata per la costruzione del muro e, senza alcuna considerazione per la sua importanza, viene murata esattamente al contrario in modo tale che non fosse possibile leggere l’iscrizione. In questo modo l’oggetto viene completamente defunzionalizzato e diviene sostegno per l’orditura del paramento murario.

Il blocco di lava basaltica a Monte Vico

Ma abbiamo anche un altro “caso” di reimpiego a Lacco Ameno. Vicino alla Torre di Monte di Vico vi era un blocco di lava basaltica inciso in lingua greca che raccontava del rifacimento di un muro a difesa dell’Acropoli di Pithecusae come ci racconta Chevalley de Rivaz nella sua “Descrizione delle acque termo-minerali…” con la seguente inscrizione trasformata in latino antico “Pacius Nymmpsius Maius Pacillus et milites hoc propugnaculm incipientes dedicavere”.

Il Maiuri nel suo libro “Passeggiate Campane” ci racconta di questa epigrafe e dei tentativi dell’Ignarra, del Rochette e del Mommsen di interpretarla e conclude il suo racconto dandone l’epilogo “fino a che l’epitaffio…..finì sotto i colpi d’uno spaccapietre in fondo alle acque della tonnara di Lacco, preferendo alla fastidiosa curiosità degli eruditi le pinne dei pesci e i tentacoli dei polpi”.

Due esempi di reimpiego di materiale lapideo dagli esiti diversi: la stele di Seia Spes, murata, in qualche modo fortunoso è giunta fino a noi, mentre il blocco con l’iscrizione a ricordo della fortificazione dell’Acropoli è andato irrimediabilmente perduto. Cosa ci insegnano? Semplicistico sarebbe affermare la poca attenzione dell’uomo nei secoli passati alla storia antica e magari paragonarla ad “atteggiamenti più attenti” della nostra società.

Credo che i termini del problema siano più complessi: il rapporto con l’antico è stato risolto dall’uomo in vario modo e soprattutto in base alla sensibilità, alle esigenze e ai momenti storici in cui vive.

Sarebbe giusto interrogarci invece sul nostro approccio con il patrimonio artistico e in particolare sul modo di “reimpiegare” ovvero di riutilizzare i manufatti antichi nel nostro quotidiano.

Spesso gli oggetti antichi, le architetture fanno da quinta per nuove forme artistiche. Ma qual è il limite? Si può parlare di un uso consono o corriamo il rischio di snaturare, mercificare l’arte?

Il caso del Torrione

Vorrei parlarvi di un caso recente: sul Torrione di Forio è stata apposta una scritta in arabo “non di solo pane”, una installazione artistica cha ha un chiaro messaggio ecumenico e solidale. Si è rispettato quel luogo, il suo messaggio storico e la storia degli uomini che lo hanno edificato con questa installazione?

L’uomo vive grazie alla sua socialità, al suo incessante rapportarsi con i suoi simili, fa tesoro delle esperienze passate, mentre l’arte è il prodotto umano di quella scintilla creatrice di un nuovo sentire, espressione di una dimensione ultraterrena che consente di comprendere la fragile dimensione terrena.

Il Torrione “reimpiegato” con questa installazione artistica diventa attraverso quella scritta e la sua storia nuovamente baluardo a difesa dell’umanità che convive e dialoga, da quelle mura che hanno accolto gente terrorizzata si leva un nuovo messaggio: conosciamo la nostra storia, ma siamo in grado di far germogliare una nuova “scintilla” della fratellanza.

 

Mariangela Catuogno Archeologa*L’autrice è archeologa, collabora con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area Metropolitana di Napoli e con la Diocesi di Ischia. È reperibile su FB cliccando qui > Mariangela Catuogno

Quel pianto all’improvviso

Agostino Mattera IaconoScoppiai a piangere. Fu un pianto improvviso, quasi inspiegabile. Eravamo in Chiesa, tanta gente mi si fece intorno temendo perfino che mi sentissi male. Le lacrime mi soffocavano.
Il giorno prima ero stata coraggiosa. Quando mi avevano chiamato, era salita su di corsa per le scale del mio studio, poi per quelle di casa. Lo vidi lì, sdraiato su quel divano. Prima di lasciarci, mi sembrò perfino che sorridesse. Non ne poteva più di quella vita. Non riusciva più a stare incollato su quella poltrona. La malattia lo aveva consumato.  “Succede quando si vive più del dovuto”, era solito dire.

Sapevo che ci stava lasciando, ero pronta, preparata. E al momento del suo saluto, fui io la forte, la coraggiosa. Ebbi parole di conforto per tutti. Poi, il giorno dopo, il crollo.  E per mesi, forse per anni, non riuscii a darmi pace.
Mi mancavano le partite del Napoli vissute davanti allo schermo insieme con lui. Mi mancavano le sue parole, i suoi racconti.  Mi mancavano i suoi incitamenti. “Scrivi!”, mi disse una volta in tono quasi perentorio. Avevo più di quarant’anni ed era la prima volta che approvava e apprezzava quello che facevo.

Lo hai perso quando lo avevi ritrovato”, fu il commento di una persona cara. Ed era vero. Ci siamo ritrovati troppo tardi mio padre ed io. Per tanti, troppi anni, i nostri conflitti sono stati profondi. Da bambina soffrivo per le sue assenze. Era sempre impegnato, sempre di corsa.  Ero solita scrivergli letterine che gli lasciavo sulla scrivania. Diventai sua paziente anche io pur di vederlo correre da me . E lui correva, aveva parole dolci anche per me, come per tanti altri bambini per i quali era il Dottore buono.

Proprio all’inizio della mia adolescenza successe qualcosa di strano, di inaspettato almeno per me. Era la metà degli anni ’70. Ischia era bella e terribile. La povertà stava lasciando il posto al benessere, i turisti riempivano le nostre case, le nostre strade, le nostre tasche. La gente cominciava a guadagnar bene. Merito di Rizzoli, si dice. Ma alla crescita economica non aveva fatto riscontro un minimo di crescita culturale.  Il pettegolezzo, le dicerie, il perbenismo di facciata erano il piatto forte della quotidianità.

Proprio in quegli anni,  quando l’Italia ed l’Europa  erano scosse da movimenti giovanili che predicavano pace, giustizia, uguaglianza, io cominciai a frequentare le scuole superiori. Entrai in contatto con qualche gruppo, con un collettivo di studenti. E ne parlai a casa, convinta che mio padre  avrebbe perfino approvato.
Che ingenua! Lessi subito nel suo sguardo meraviglia e disapprovazione. E da quel momento cominciò una guerra terribile. Io non capivo cosa facessi di male. Eppure le sue parole si fecero dure, i suoi sguardi truci.

A volte mi parlava con dolcezza, ma non provava mai ad ascoltare.  La sua condanna per le persone che frequentavo fu netta, dura, senza appello. Ho scoperto solo in seguito che si fidava di quanto gli riferiva la gente: “Sono terroristi, persone senza Dio”. Niente di tutto questo, naturalmente. Ma ogni volta che mettevo il naso fuori di casa, qualcuno portava la “spia”.
In tempi più recenti ho anche scoperto che aveva avuto ampie rassicurazioni da parte di intellettuali e persone di spicco: “Sono bravi ragazzi, non fanno niente di male”. Non ci fu niente da fare. Era irremovibile.

E allora cominciarono urla in famiglia, inseguimenti e scenate per strada. Alla fine, la spuntò lui. Io tornai all’odiata normalità. Mi isolai, diventai triste.
A diciotto anni, conseguita la maturità, accarezzai il sogno di andar via. Volevo iscrivermi a una Università lontano da Napoli. Ischia mi soffocava. Ma non ebbi il coraggio di realizzare il mio sogno e mi iscrissi a Napoli. Furono anni comunque belli, quelli universitari. A Ischia tornavo il meno possibile. Intanto qualcuno mi consigliò di recuperare il rapporto con lui. Provai. E fu un errore. Non era ancora il momento di recuperare, sarebbe stato molto meglio separarsi per poi ritrovarsi dopo, molto prima e molto meglio di quanto non sia avvenuto.

Mio padre e io ci siamo ritrovati solo quando lui, ormai malato, si fermava a lungo con me a raccontare. Mi aspettava la mattina o la sera per parlare. Durante quei nostri incontri talvolta coglievo un po’ di imbarazzo in lui. Non me lo ha mai detto esplicitamente. Ma credo che si fosse reso conto che in quegli anni aveva quanto meno esagerato.  Mio padre è scomparso il 23 settembre 2010. E io ancora oggi mi sorprendo a piangere.

Dedico questa storia a tutti i genitori e a tutti i figli. Se è difficile essere genitori, è altrettanto difficile essere figli. I genitori devono imporre regole e farle rispettare. Ma devono anche imparare ad ascoltare. E i figli devono imparare a seguire la propria strada, anche se le scelte sono dure e difficili.