Al tavolo di Amalia

di Laura Mattera Iacono

Scoprendo Casamicciola: il Bagnitiello

 

“Sai una cosa Teresa? Per me Casamicciola è tutta da scoprire” Teresa sorride mentre prende il suo buon caffè macchiato. “Hanno aperto una nuova pasticceria?”. Sì, tu scherza! Io ti devo confessare una cosa che un po’ mi mette in imbarazzo. Teresa capisce che faccio sul serio e si incuriosisce.

Tempo fa un albergo di Casamicciola mi ha incaricato di scrivere il testo per la pagina web. “Ah sì – mi risponde Teresa – so che ultimamente ti stai occupando anche  di questo”. Infatti. È un albergo, a conduzione familiare, che si trova poco dopo il Castiglione, tra il bosco della Maddalena e il mare.  Quando sono andata lì per il sopralluogo mi sono resa conto che la vista sul mare ti toglie le parole. Ti sembra di essere sospeso tra terra e cielo.  Da un lato vedi il faro del porto che sembra voler indicare la rotta e dall’altro tutto il Golfo che ti abbraccia. Ma c’è un aspetto che mi ha colpito. “Racconta”, mi chiede Teresa ansiosa.

L’Albergo è posto proprio sopra una baia o, meglio,  una conca che chiamano il Bagnitiello, forse proprio per le sue dimensioni. E in quel piccolo specchio d’acqua  sgorga una fonte termale. “Ne ho sentito parlare”, mi dice Teresa.  Il titolare dell’albergo mi disse che a quella fonte è legata una leggenda e mi incaricò di documentarmi in modo da poterla inserire nella pagina web.

Effettivamente nelle mie ricerche ho trovato una leggenda che affonda le radici nel mito. Si racconta che un giorno  Icmeno, giovanissimo figlio della Dea Euplea, passeggiando nella baia sia rimasto incagliato  con il piede tra gli scogli. Urlò, implorò. Eppure i suoi compagni non si fermarono ad aiutarlo, sembrava quasi che non sentissero le sue urla. E così Giove, mosso a compassione, intervenne …. “E lo salvò”, mi interrompe Teresa. No, fece solo in modo che le morte del giovane aiutasse chi soffre con l’orecchio. Le membra del giovane si sciolsero nelle acque che così acquisirono proprietà terapeutiche per l’udito.
“Leggenda crudele, ma efficace per spiegare le qualità terapeutica delle acque”, osserva Teresa.

Ma non è tutto. Nel corso di quelle mie ricerche, mi è capitato tra le mani De’ rimedi naturali di Giulio Iasolino, un medico calabrese che nel ‘500 venne a studiare le acque termali di Ischia. E sul Bagnitiello,  Jasolino scrive qualcosa di molto interessante: sulle colline lì intorno –  io credo che si riferisca al Bosco della Maddalena –  doveva esserci un insediamento di contadini e maestri vasari che lavoravano a contatto con le fornaci. Il fumo e le fiamme creavano loro problemi all’udito. E per curarsi contadini e vasari correvano alla fonte.  “Quindi non è solo leggenda”. Credo proprio di no. Iasolino scrive che le acque contengono nitro.
Soprattutto una domanda mi sono posta: a quale epoca si riferisce Iasolino? Chi erano quei contadini e vasari che lavoravano sulle colline lì intorno?

E poi  una cosa m’imbarazza: io alla fonte del Bagnitiello non ci sono mai stata. “E allora bisogna andarci”, mi dice Teresa.  E che aspettiamo?

 

Pubblico le foto panoramiche su gentile concessione dell’Hotel Bagnitiello di Casamicciola, che ringrazio di cuore.

Bibliografia:

La leggenda di Icmeno è tratta da Inarime di Camillo Eucherio De Quintiis. Traduzione dal latino di Raffaele Castagna per La Rassegna di Ischia

Giulio Jasolino, De Rimedi Naturali che sono nell’isola di Pithecusa hoggi detta Ischia, Imagaenaria, 2000. “Del Bagnititiello” p. 196

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La stella più bella

Stella_AIL

Quando ero rappresentante dei genitori alla Scuola Elementare di mia figlia, un bel po’ di tempo fa, ogni anno avevo un appuntamento fisso:  l’8 dicembre dovevo andare in piazza e comprare 4 stelle di Natale, quelle dell’AIL.  Una volta tanto, tutti i genitori erano d’accordo: quella stella era il modo giusto per dare  alle Maestre i nostri auguri di Buon Natale. E così facevo la colletta e l’8 dicembre andavo in piazza degli Eroi, tra Ischia Ponte e Ischia Porto, mettevo le 4 stelle in uno scatolone e le portavo a casa di mia madre, in modo che il giorno dopo avrei potuto portarle facilmente alla Scuola di mia figlia, proprio lì vicino, in via Cartaromana.

Il primo anno,  quando mia madre mi vide salire le scale con quello scatolone,  mi guardò con quei suoi occhi da bambina: “Che belle! Che devi fare?”. Quando le spiegai, mi chiese con un tono implorante: “La voglio anch’io”. Ma certo. L’8 dicembre è il suo onomastico, quale regalo migliore. Così tornai in piazza, lì a pochi passi,  ne comprai una anche per lei.  E nei suoi occhi vidi la felicità di una bambina.

Negli anni successivi non aveva bisogno di chiedermelo.  La prima Stella era per Lei. “Questa è la Stella più bella – mi diceva sempre ringraziandomi – è quella che dura di più. Ha radici forti”.

Anche stamattina l’ho comprata per Lei. I suoi occhi non sono più così vispi e curiosi, la sua voce non è più così allegra.  Io le parlo, non so se mi comprende. Ma la Stella è lì ncopp ‘ o cummò (sul comò), vicino alla fotografia. Sono sicura che saprà tenerle compagnia.

Auguri Mamma. Buon onomastico!

Angelina Bakery a Casamicciola

Ingresso_Angelina_BaKery_Casamicciola

“Andiamo a Casamicciola per il caffè? Oggi aprono una nuova pasticceria”. Comincia così  il tam tam del sabato tra noi del Tavolo. Sì, dai, vediamoci là. Facciamo verso le 10:30? La pasticceria è poco prima del lungomare, ci mettiamo poco ad arrivare. Qualcuna di noi è già per strada. “Sono a Ischia Porto, voi andate, vi raggiungo in autobus”. Ma sì, certo, tanto dal porto ci si arriva facilmente anche in Bus. È proprio sulla strada, poco dopo i Vivai Cosentino.

E così Teresa, Isabella ed io ci ritroviamo all’ingresso di Angelina Bakery. Un cortile interno ben curato, qualche pianta di agrumi, vasi da fiori, sedie e tavoli ben sistemati sono in attesa della primavera. Entriamo in sala.  Tra una piccola folla festante ci viene subito incontro Fortuna Mazza, la mamma, la mitica Prof delle Scuole Medie di Ischia. “Che bello, ci siete voi del Tavolo! Accomodatevi, assaggiate … “ e ci mostra la vetrina piena di prelibatezze.
VetrinaCalma:  cominciamo dal caffè. Mentre ci sistemiamo a un tavolo  e ci servono gli assaggi dei dolcini, ci accorgiamo subito che anche la scelta delle bevande è ampia: the, succhi, tisane. E Fortuna ci racconta: “La pasticceria è da sempre il sogno di mia figlia Angela. Lei è cresciuta qui, nella cucina di Villa Angela  che fino al 2011 era una pensione a conduzione familiare. La nonna cucinava per gli ospiti tre volte al giorno e lei ha imparato quell’arte fatta di passione e precisione.  Poi ha studiato,  è stata in giro per il mondo. Aspetta, te la presento”.

Intanto, dopo l’ottimo caffè, mi guardo intorno. I dolci esposti in vetrina fanno venire l’acquolina in bocca, eppure, anche se farciti di crema o cioccolato,  danno sempre l’impressione di leggerezza.  Anche Teresa e Isabella, più esperte di me in materia, confermano la mia idea.
AngelinaEd ecco che arriva Angelina, una ragazza minuta che sprizza energia da tutti i lati:Grazie per essere venute”, ci dice emozionata. Raccontaci, dai.  “Angelo e io abbiamo fatto un percorso universitario e abbiamo anche viaggiato per il mondo. Ci capitava nei nostri viaggi di fare una capatina nei  negozi locali. A me ha sempre affascinato l’atmosfera familiare che si respira nelle pasticcerie americane. Tutto è molto semplice e immediato. Lì  preparano i dolci davanti a te”.  Qui  non è possibile, le direttive europee sono molto rigide in materia. Le cucine devono avere requisiti precisi ed essere nettamente separate dalla sala.
Io la incalzo:Ma la pasticceria americana non è troppo grassa e lontana dalla nostra tradizione?”. Lei mi risponde sicura: “Certo. Ma io non voglio riproporre la pasticceria americana, a me interessa quel tipo di atmosfera familiare. Io uso grassi vegetali, non animali. E faccio molta attenzione agli ingredienti. ” E l’olio d’oliva, ad esempio, ha un posto preminente in una delle torte esposte.”E da ogni luogo in cui sono stata, ho portato via qualcosa: l’ispirazione per un dolce, un ingrediente particolare, un sapore da sperimentare e combinare …
Assaggio
Anche all’assaggio i dolci si rivelano gustosi e leggeri, per la gioia del mio intestino.  Ma c’è una cosa che mi colpisce nel discorso di Angelina. I viaggi sono stati per lei e il suo compagno Angelo un motivo di scoperta. Hanno attraversato il mondo con la curiosità e la pazienza dei viaggiatori entrando in contatto con le tradizioni, gli usi e i costumi dei luoghi visitati. Ora, nella loro bottega, proveranno a coniugare l’esperienza dell’altrove con l’antica tradizione di famiglia.
Angelina_AngeloMentre stiamo per andar via, l’occhio cade sul bigliettino d’invito: “Se venite a piedi o in bicicletta, siamo più felici”. In effetti i dolci di Angelina mettono di buon umore e danno l’energia giusta per pedalare e smaltire. Ma per chi, come me, non è avvezzo  alla giovanile bicicletta,  poco importa. L’allegria di quei dolci indurrà a fare due passi. Con il mare su un lato e il sole negli occhi, si potrà arrivare facilmente fino a Lacco Ameno, raggiungere il Fungo e tornare indietro, senza quasi accorgersene. E d’altra parte energia e allegria non sono proprio gli ingredienti giusti in questo momento per Casamicciola?
È possibile ordinare torte o dolci per occasioni particolari?”, chiedo ad Angelina. “Ma certo!”
Un’ultima cosa: gli orari?Siamo qui dalle 8:00 alle 13:00 e delle 16:00 alle 19:30”.
L’ultima battuta spetta a Teresa: “Allora dobbiamo tornare di pomeriggio, così magari viene anche Anna”. Certo, noi torneremo presto

 

A Giovanni Di Meglio

Napoli_Lazio_aprile2014
Dai, Giovanni, c’è Napoli-Lazio, andiamo al S.Paolo”. Oppose un po’ di resistenza il professore, ma poi acconsentì. Era l’aprile 2014. Lui mancava dallo stadio da oltre 10 anni. Era solito andarci con la moglie, l’amatissima Maria, scomparsa poco tempo prima. Quando salimmo sull’aliscafo in quella bella domenica mattina, notai un po’ di nervosismo. Parlava, raccontava, voleva distrarsi, non pensare.  Il momento  più difficile fu all’ingresso dello stadio.  Mi sembrò quasi che stesse per piangere: “Dai, affrettiamoci, non troviamo più i posti buoni”. Una volta seduti nei Distinti, tensione ed emozione si sciolsero. Lo stadio ci avvolse.
Fu una battaglia quella partita. Il Napoli cadde, poi si rialzò, poi cadde ancora e ancora riuscì a rialzarsi. Proprio come  Giovanni Di Meglio  nei suoi ultimi  anni di vita. Ne aveva combattute di battaglie. Tornammo a casa contenti quella domenica sera e lui il giorno dopo mi telefonò emozionato: “Grazie. Non credevo di farcela”. Vedere la partita senza la moglie al suo fianco era stata una sfida importante da superare.
Qualche tempo dopo lo vidi risollevato, aveva una bella luce negli occhi. “Sì, sto meglio”, mi confidò. È durata poco, purtroppo. Giovanni ci ha lasciato stamattina, dopo tante sofferenze.
L’avevo conosciuto negli anni ’70. Lui era un professore  di matematica – temuto e amato – al Mattei di Casamicciola, io una studentessa al Liceo. Lui era impegnatissimo tra i Socialisti di allora, io militante nell’estrema sinistra. Tra noi e loro, estremisti e socialisti, si dialogava. Nella sezione del Partito socialista di Ischia Ponte, noi stampavamo al ciclostile i primi numeri del nostro giornalino. Era con il PCI che proprio non ci si intendeva. Infuocatissime le nostre assemblee, bellissime le nostre battaglie. La parola chiave era: partecipazione.  Giovanni apprezzava il mio entusiasmo e si guadagnò per questo anche il broncio di mio padre che sperava nel suo aiuto per strapparmi a quell’ambiente.
Dopo gli anni ’70 l’avevo perso di vista, troppo distanti e diverse le nostre vite. L’ho ritrovato poi qui, al nostro tavolo, tra chiacchiere e caffè Mi incitava: “Hai cominciato a scrivere degli anni ’70 a Ischia, perché non continui?”. Mi fa troppo male ricordare …
Caro Giovanni, noi non siamo religiosi. Eppure una cosa voglio chiedertela: se per caso ci siamo sbagliati e dall’altra parte incontri mio padre,  prova ancora a dirglielo. Su quegli anni ’70, sui nostri gruppi, sui movimenti, sulla partecipazione,  è stato Lui, mio padre,  a prendere una cantonata.
Grazie per avermi dato il privilegio di frequentarti e scusami se la mia penna ha tremato. Ci mancherai.

Ho scattato quella foto dai Distinti in occasione di quella partita Napoli Lazio.

A scuola un dolcissimo carrarmato


Tu ricordi il carrarmato?” chiedo a Teresa mentre prendiamo il nostro caffè del sabato a  Ischia Ponte. Lei mi guarda stupita prima di rispondere “Certo che me ne ricordo. Perché?” Molte persone anche della nostra età,  dopo l’articolo su La Violetta, mi hanno chiesto: ma cos’è?

Ma come?  Quella barretta di cioccolato, dalla forma di carrarmato e dal sapore squisito?  Io ci sono particolarmente affezionata, perché a quel carrarmato sono legati ricordi bellissimi di Scuola Elementare, fine anni ‘60. Non mi riferisco alla  merenda che all’epoca aveva il sapore casereccio del panino al pomodoro, quanto piuttosto delle lezioni di geografia della nostra maestra Concetta Masucci. Sì, avete capito bene: vi parlo della geografia.

Studiavamo in geografia le Regioni d’Italia. Di ciascuna Regione dovevamo imparare a memoria le Province e poi i confini e anche i Fiumi e i Laghi e naturalmente i Monti e i Vulcani.  E infine dovevamo occuparci delle attività produttive e dei prodotti tipici. Ogni volta che concludevamo lo studio di una Regione, la Maestra ci dava un assegno preciso: “Cercate a casa un prodotto della Regione che abbiamo studiato e portate a scuola la confezione”. E così la Maestra ci costringeva a parlare con le nostre mamme, a interessarci della spesa e a verificare  se qualche pezzettino d’Italia, vicino o lontano, fosse entrato nelle nostre case.
Sì,  perché in un’epoca in cui i consumi cominciavano a crescere sotto la spinta del boom economico,  esisteva ancora una certezza. Un cioccolato Perugina  era sicuramente prodotto a Perugia, un cioccolato della Ferrero era certamente prodotto a Torino,  una matita GIOTTO proveniva indiscutibilmente da Milano. Non c’era possibilità di sbagliarsi. E tuttavia la caccia casalinga, non sempre andava a buon fine.
Una volta mi capitò una cosa di cui ancora oggi un po’ mi vergogno. Quando fu il momento dell’Umbria, in casa non ero riuscita a trovar niente. E allora? Poco male. La mattina,  prima di andare a scuola, passai per La Violetta e comprai un carrarmato  Perugina. La Maestra avrebbe certamente borbottato, pensando alla mia solita  pigrizia, ma poi si sarebbe accontentata. Al momento dell’intervallo, non avevamo fatto ancora geografia. Io lasciai andare il mio pane e pomodoro e azzannai il buon carrarmato, tanto quello che avrei dovuto mostrare alla Maestra era solo la carta della confezione. Ma ecco che, inebriata dal gusto di quel cioccolato sopraffino, gettai la carta nel cestino. Quando me ne resi conto era ormai troppo tardi.  E ora? Mi crederà?  Per fortuna la Maestra scoppiò in una bella risata.

In quella fine degli anni ‘60 la società dei consumi cominciava a prender piede, eppure la ricchezza a Ischia era ancora lontana. Le differenze sociali si avvertivano, eccome. E però, c’era qualcosa di diverso all’epoca. Ad esempio, capitava di tanto in tanto che la Maestra si avvicinasse a quelle due o tre bambine più fortunate e senza farsi notare, bisbigliava  “Qualche vostra compagna è in difficoltà, dobbiamo aiutarla …. “ Magari mancava un righello, una squadra da disegno, un confezione di colori … Ed ecco che le bambine più fortunate soccorrevano, senza farsi notare, senza dirlo a nessuno.  Certo la maestra avrebbe potuto rivolgere la richiesta di aiuto ai genitori, ma forse la sua idea era quella di far capire alle bambine il valore, la forza, la gioia della solidarietà. E magari voleva  divulgare anche il valore del silenzio. “O’ bene se fa, ma non si dice”.

Permettetemi di mandare un bacio alla Maestra Concetta Masucci e un abbraccio alle mie compagne di allora.
Pubblico una foto di quella classe. Con molte di quelle bambine, ormai donne più che mature, non ho più contatti. E allora lancio un appello da qui:  se la foto vi infastidisce, contattatemi. La rimuovo immediatamente.

 

Luoghi di Ischia: La Violetta

Ci sono luoghi a Ischia che sono indissolubilmente legati alla storia dell’isola.  Sono quei luoghi che testimoniano le trasformazioni del tempo  e continuano a parlarci  di persone che per tradizione familiare  ogni mattina sono là a preparare un caffè, a dare informazioni o a fare un’ambasciata. Uno di questi è sicuramente La Violetta, bar e tabacchi, in via Mirabella, tra La Mandra e Ischia Ponte.

Ci passavo davanti ogni mattina, non troppo presto, poco prima delle 9:00, per andare alla mia Scuola Elementare. Attraversavo con calma via Antonio Sogliuzzo e spesso dovevo fare tappa lì, in via Mirabella. Magari mi occorreva un quaderno, un foglio da disegno o di computisteria, un righello, una matita. Qualche volta spendevo gli spiccioli di resto per un carrarmato della Ferrero o della Perugina. Il Signor Pino era sempre gentile, soprattutto con noi bambini. Ci passavo spesso anche di pomeriggio prima di una passeggiata a Ischia Ponte o nella Pineta Villari. Già in primavera il frigo dei gelati era la gioia di noi bambini e quei SuperSantos ben esposti ci facevano saltare dalla gioia al solo vederli. A me incuriosivano anche i turisti tedeschi seduti a quei tavoli sistemati in uno spazio semplice, di fianco al bar, con pavimento in cemento e una copertura in canne che riparava dal sole. Ci trascorrevano pomeriggi interi sorseggiando un cappuccino e guardando il passeggio.  Era la fine degli anni ’60.

Ultimamente La Violetta è stata rinnovata. Bar e Tabaccheria sono due entità diverse, anche se annesse. La Tabaccheria si chiama Tatì, il Bar ha invece conservato il nome originario e ha uno spazio ben attrezzato con tavolini e TV.   Ci si può accomodare per prendere  un caffè o trascorrere una serata mangiando qualcosa e tifando per la squadra del cuore.

La storia
Una mattina mentre  Isabella e io eravamo sedute a un tavolo, si avvicina  Felicia, volto noto del bar, che tuttavia oggi si occupa della Tabaccheria.  Tra una chiacchiera e un caffè, Felicia comincia a parlarci della storia del luogo: “Era il 1956 quando la famiglia di mio padre decise di aprire un piccolo bar solo per i periodi estivi. Qui intorno, le attività ricettive erano davvero poche: c’erano la Pensione Pineta, la Pensione Cecilia, la Pensione DI Costanzo e Villa Panoramica”. Tutte attività a conduzione familiare, insomma.
I primi avventori dunque sono stati i turisti. “Non solo turisti – ci spiega Felicia –  Il Bar diventò ben presto il punto di riferimento per le persone del luogo. Per tanti anni è stato il ritrovo della gente de La Mandra   che veniva qui a giocare a carte. Per non parlare della Clinica S. Giovan Giuseppe: nascevano tanti bambini e La Violetta era ben lieta di ospitare  le piccole feste”. Già … nascevano bambini. Oggi la Clinica non esiste più e nella struttura, proprio di fronte al bar, ci sono solo pochi laboratori sempre a rischio chiusura.

La statua di S. Antonio
Felicia ci spiega un particolare che io proprio non conoscevo e che si riferisce a uno dei simboli di via Mirabella: la Statua di S. Antonio.
La Statua una volta era qui, dove ora sorge il bar. Era attorniata da aiuole di viole. La statua poi fu spostata più avanti, dove è ora. E al bar è stato dato il nome La Violetta  proprio per ricordare quelle aiuole di viole”. Qualche anziano lettore se ne ricorda?

Confidenza e familiarità
Oltre al caffè, che qui è storicamente ottimo, c’è anche un altro particolare che contraddistingue il bar: la familiarità. Eh sì, perché se hai bisogno di lasciare una notizia, se vuoi un’indicazione, se cerchi una persona della zona,  puoi rivolgerti tranquillamente a La Violetta. Felicia ride di gusto: “Mi racconta mio padre che negli anni’70 e ’80, qui fuori c’era un posteggio taxi. E i tassisti come loro recapito davano agli alberghi il numero di telefono della Violetta”. Ecco, appunto.

E oggi? Le cose certo sono cambiate, gli esercizi commerciali si sono moltiplicati. Ma La Violetta non ha perso la sua identità. L’ottimo  caffè e il senso di familiarità qui sono sempre di casa. E a questo proposito posso raccontarvi un’esperienza personale. Qualche volta ci sono venuta per la partita del Napoli. Ci sono venuta in compagnia e anche da sola,  perché tanto nella saletta ho sempre trovato gente familiare con la quale condividere la mia passione e sgranocchiare qualcosa di buono da mangiare. E vi garantisco: in compagnia si soffre meglio. Volete venire pure voi? Vi aspetto.

Ischitani in Argentina: zio Pupe’

Maestrale da Ischia PonteMi è venuta in mente una storia particolare in questi giorni guardando il mare un po’ agitato a Ischia Ponte. È quel mare di ponente o di maestrale che sbatte contro Vivara e torna indietro, fino a riabbracciare le nostre rive.
Zio Pupe’ – lo chiamavano tutti così, parenti e amici a Ischia – non era un amico del mare. Eppure il mare è sempre stato presente nella sua vita.
Era un giovane vigoroso. Una volta fu arrestato perché aveva mancato di rispetto a un gerarca fascista. Uscì di prigione solo per l’intercessione di una persona influente che lo conosceva e gli voleva bene.
Ben presto partì per il servizio militare, doveva essere il 1939. La guerra lo sorprese con la divisa indosso e per altri 5 anni rimase sotto le armi a combattere. Era un militare di terra, ma un giorno sciagurato il suo plotone doveva trasferirsi e prese la via del mare. Sulla nave  zio Pupe’ era seduto in cabina assieme ai suoi commilitoni. D’improvviso uscì dalla cabina, forse perché chiamato da qualcuno o forse per quelle strane combinazioni della vita. Non appena fuori, quella cabina saltò per aria, colpita da una nave nemica. Morirono tutti, compreso il suo amico più caro. Dopo la guerra zio Pupe’ tornò a Ischia sano e salvo, ma non era più lo stesso. Quell’episodio in mare lo aveva segnato. Paura e smarrimento si mescolavano a un indicibile senso di colpa: non riusciva a darsi pace.

Ma la vita proseguiva, bisognava trovare lavoro anche se la realtà che lo circondava era davvero disperata.  E lui, dopo tanti anni di vita militare, non aveva né arte né parte. Dopo qualche tempo  prese la decisione: vado in Argentina. Un parente lo aveva “chiamato”, come si usava allora. Sì, è vero, per andare in Argentina era necessario che qualcuno, già residente nel paese sudamericano, fornisse garanzie alle Autorità locali.
Zio Pupe’ raggranellò un po’ di soldi e si preparò alla nuova avventura. Al porto di Napoli lo accompagnò mio padre. Poco prima di salire a bordo del bastimento che lo avrebbe portato in quella Terra assaje luntana, zio Pupe’ si aggrappò al braccio di mio padre, implorandolo: “Nun me lassa’, vieni cu’ me!”. Il mare gli faceva paura. Mio padre riuscì a tranquillizzarlo, gli disse che in Argentina lo attendeva una nuova vita, che non aveva niente da temere, che lì una persona lo aspettava e lo avrebbe aiutato. Zio Pupe’ partì, ma in Argentina lo attendeva una sorpresa amarissima. La persona che lo aveva “chiamato” lo accolse con una frase che gli gelò il sangue: “Ora stai tu con i panni che hai indosso”. Lasciato al suo destino, zio Pupe’ riuscì a reagire: trovò lavoro come scaricatore di porto e a bordo di qualche nave. Sì, c’era sempre il mare nella sua vita. Poi incontrò una donna, si sposò, ebbe figli. Ma aveva tanta nostalgia.
Io l’ho conosciuto alla metà degli anni ’70, quando, ormai anziano, trascorse a Ischia un’estate intera. Mi ricordo il suo fare bonario. E mi ricordo le sue lacrime nel momento in cui dovette ripartire. Non è più tornato a Ischia. Non riusciva a sopportare l’idea di tornare per poi separarsi ancora dalla sua isola. E trascorreva i giorni a guardare il mare.
Zio Pupe’ in realtà si chiamava Giovan Giuseppe. In Argentina gli avevano cambiato il nome in Josè.
Ripensando a questa storia, mi pongo una sola domanda: oggi zio Pupe’ sarebbe un migrante economico o un migrante politico? Non so.
Un abbraccio a tutti gli Ischitani in Argentina.

Ischitani in Inghilterra: zia Mariuccia

Ischia_verde_e_azzurroNe parlavo con Teresa al nostro ultimo caffè: l’abitudine di urlare è ormai talmente diffusa da non dar pace. Al bar, in casa, in ufficio, in treno,  trovi sempre qualcuno che disturba la tua conversazione, la tua quiete o il tuo lavoro con le sue urla. Qualunque cosa tu faccia, sei sempre costretto a sentire i fatti di un’altra persona che magari litiga o semplicemente parla con qualcun altro. Il cellulare, poi, è considerato una sorta di megafono per gridare al mondo ogni genere di cose, dalle parolacce alle dichiarazioni d’amore.
Siamo di origine contadina – mi ricorda Teresa – in campagna urlare era normale. Bisognava farsi sentire”.
E a questo proposito mi torna in mente una persona della mia infanzia: zia Mariuccia. Il nome è di fantasia, ma rende bene l’idea. Era una persona fisicamente imponente – “na’ piezz’ e femmina”, come si dice a Napoli – che in casa tutti chiamavamo con un diminutivo.  Era una donna di Campagnano, la ridente collina di Ischia  nota, soprattutto all’epoca, per l’ottima uva,  i conigli di fosso, i fagioli zampognari.  E lei, zia Mariuccia, certamente da giovane aveva coltivato la terra, scandendo il suo lavoro con canti a squarciagola e  chiacchiere a voce altissima. Come mi testimoniano i vecchi, chi  lavorava nella terra doveva tenere occupata la mente e distrarla dalla voglia di mangiare. Cantare e parlare era un ottimo diversivo.

Per quelle circostanze allora consuete e oggi tornate di moda, a un certo punto della sua vita, ben prima che la conoscessi, zia Mariuccia era emigrata in Inghilterra Quasi tutti gli anni tornava a Ischia d’estate e si aggirava spesso in casa mia con quel suo fare bonario e con qualche confezione di cioccolatini per noi bambini.  Aveva però una particolarità: parlava zitt zitt zitt. Quel suo bisbiglio, delicato e suadente,  suscitò la mia curiosità, tanto che una volta chiesi a mio padre: “Ma perché zia Mariuccia parla sempre zitt’ zitt’ zitt’”? Mio padre esplose in una gran risata e mi spiegò l’arcano. La prima volta che zia Mariuccia era tornata a Ischia dall’Inghilterra, quel suo bisbigliare aveva preoccupato parenti e amici: “Mariuccia, ma ch’è stato? Nun stai bon”? E lei, recuperando per un attimo la sonorità squillante della sua voce, aveva spiegato tra le lacrime: “In Inghilterra … m’avevano pijate pe paaaaaaaaaazzzzzza”. Eh sì, perché gli Inglesi, almeno all’epoca, erano abituati a parlare a voce bassissima e una persona che parlasse a voce alta era considerata alla stregua di una malata di mente.
Ma oggi gli Inglesi, sono ancora soliti parlare a bassa voce? Vediamo se mi risponde qualche lettore che vive in Inghilterra. Intanto vi aspetto per il prossimo caffè.

Un caffè a Lacco Ameno

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Uno scorcio di Lacco Ameno

Non conosco bene Lacco Ameno, il Comune di Ischia che tutte le info turistiche indicano come “il più piccolo dell’isola”. Non lo conosco bene  e un po’ me ne vergogno. Sentite un po’ cosa mi è successo in un bel pomeriggio d’autunno.

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Lacco Ameno – Le Terme

Avevo appuntamento con un’amica. “Ci vediamo in centro, al Bar Campo?”, le avevo scritto. “Il Bar  Campo non è in centro”, mi risponde lei. Ecco la mia ignoranza del luogo. “Forse intendi il Bar Triangolo?”. Ma sì, certo.
Parcheggio l’auto sul lungomare, nei pressi del mitico Fungo, uno dei tanti simboli del piccolo Comune. Sono in anticipo sull’orario e il sole mi spinge a fare una passeggiata, mentre il mare, sulla mia destra, sembra voler prendermi per mano . Raggiungo piazza S. Restituta, mi lascio alle spalle l’ingresso di Villa Arbusto,  poi la Chiesa e mi fermo al centro della piazza tra le Terme e l’Albergo della Regina Isabella.  Mi prende un po’ di malinconia. Mio padre, poco prima di morire, mi aveva chiesto di portarlo lì. Avrebbe voluto rivedere il luogo in cui, all’epoca di Rizzoli, aveva lavorato per tanti anni  come direttore sanitario delle Terme. Non feci in tempo a esaudire il suo desiderio. È un cruccio che mi è rimasto dentro.
Mio padre, sì, è di lui che parlerò con la mia amica Alessandra. Su FB aveva commentato un post sul Dottore: “Ce ne sarebbero di storie da raccontare… “.

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Il Fungo – Lacco Ameno

Incuriosita, le avevo chiesto di incontrarla. E così ci siamo date appuntamento al Bar Triangolo per un buon caffè.
Dopo qualche convenevole, lei comincia a raccontare: “Mia madre stava male, le avevano consigliato di stare a riposo, ma non migliorava. Io ero piccola e mi ricordo bene della preoccupazione in tutti noi. Chiamammo il Dottore, tuo padre. Lui venne subito e le salvò la vita”. Alessandra si addentra nei dettagli della diagnosi che io preferisco tralasciare. “La visitò e disse senza mezzi termini che bisognava andare subito in ospedale perché era necessario un intervento di urgenza. Infatti in ospedale la operarono subito … “ Il fatto risale a molto tempo fa. “Poi mia madre è stata abbastanza bene, con qualche acciacco è vissuta fino a pochi anni fa”.
Vedo nei suoi occhi ancora tanta riconoscenza. Eppure, devo confessarvi una cosa, amici lettori. Quando sento parlare di mio padre come di un luminare o addirittura di un “Santo”, provo un certo imbarazzo. Forse è perché so che a lui non piaceva mettersi in competizione.
E allora provo a chiedere ad Alessandra un parere su un aspetto umano: “Si dice che mio padre qualche volta abbia lasciato i soldi sotto al cuscino di pazienti in particolare difficoltà economica.  Tu l’hai mai sentito dire?” Lei mi risponde sorridendo:  “Sì, l’ho sentito dire, anche se non ne ho esperienza diretta. Ma era un’epoca in cui molta gente a Ischia era povera. Conoscendo tuo padre, penso proprio che l’abbia fatto”. Era un’Ischia diversa quella, certo.
Le ribatto: “Lui però si è sempre arrabbiato quando gli chiedevo se fosse vero. ‘Non sono Moscati!’, diceva”. Alessandra sorride ancora: “’’O bene se fa, ma non si dice. Non voleva che si sapesse. Un gran signore anche in questo.”
Rimarrei a parlare per ore con Alessandra. Purtroppo i nostri impegni ci chiamano. “Vieni a trovarmi  con le tue amiche del tavolo – mi dice lei nel salutarmi –  Magari la prossima volta ci facciamo due passi”.
Certo, così potremo conoscere meglio Lacco Ameno. Una bella idea, non credete?

Una lapide

Un_artista_ischitano

 

Ci avete mai pensato? Il Cimitero è il luogo che forse più di ogni altro non solo conserva la storia di un paese, ma ne evidenzia i cambiamenti.  Lo noti camminando tra quei viali alberati, sostando qui e lì a leggere le lapidi. Quanto cambiano nel tempo le parole e le espressioni che adoperiamo per commemorare i nostri morti.
Stamattina ero al Cimitero di Ischia nella Cappella di famiglia. Ci vado ogni anno in queste giornate a salutare i miei cari. E oggi, forse perché ero da sola, mi sono fermata un pochino di più riuscendo a distogliere l’attenzione dalla foto di mio padre che campeggia sovrana sull’altare.
Le lapidi che arredano la Cappella, ricordano persone antiche. Qualcuna non l’ho neanche conosciuta e ne ho memoria solo dai racconti di famiglia. Un personaggio in particolare ha da sempre stuzzicato la mia curiosità. Le parole che gli sono dedicate, sono solenni e forti: “Il cuore d’oro di FEDERICO VARIOPINTO, Signore del pennello … diede in iscoppio… 1905 – 1949”.
Era un artista importante, morto d’infarto il 2 gennaio del 1949. Era capitato per caso nella mia famiglia. Mio padre mi raccontava di lui come di una persona brillante, sempre in giro per il mondo per le mostre dei suoi quadri. Quando tornava a Ischia, suscitava l’ammirazione di tutti per il modo di vestire e di comportarsi. E per quella sua generosità, quel cuore d’oro, non aveva mai un soldo in tasca.
E tuttavia il suo animo era afflitto da una sofferenza che forse rivelava solo nei suoi quadri, sempre tristi e velati di malinconia. Era stato adottato dalla famiglia di mio nonno Paolo e aveva impiegato energie e risorse nella disperata ricerca dei genitori naturali. Nessuno sa – mi raccontava mio padre – se sia mai davvero riuscito a entrare in contatto con sua mamma.
Nel 1989, a quarant’anni dalla morte, mio padre organizzò per lui una mostra sul Castello di Ischia. Sperava così di rivitalizzarne il ricordo. Da allora, ogni tanto qualche suo quadro fa capolino in qualche mostra. Nient’altro.
Quando esco dalla Cappella per far ritorno a casa, vedo nei viali del Cimitero una mamma che piange sulla tomba del figlio. Le parole, le espressioni che adoperiamo, cambiamo con il tempo. Il dolore e la lacrime rimangono le stesse.