Al tavolo di Amalia

di Laura Mattera Iacono

Ischia: un gruppo di lettura

Ci siamo incontrate in un bar per un buon caffè a Ischia Ponte, come da antica tradizione del nostro tavolo.
In tanti, non solo donne, avevano risposto all’appello lanciato sulla pagina FB: “Vogliamo creare un gruppo di lettura?”. Sui social ce ne sono tanti, di belli e interessanti. Ma noi volevamo incontrarci, vederci, parlare di noi oltre che di libri.

E così dopo un po’ siamo riusciti a combinare un appuntamento, giusto per conoscerci, sapere cosa ci piace leggere. L’obiettivo è quello di scegliere un libro e poi parlarne, discuterne, tutti insieme. Ecco una prima frase chiave:  discutere guardandosi negli occhi, una cosa che oggi sembra difficile se non impossibile. Discutere in maniera civile, con la consapevolezza  che lo scambio di idee e di emozioni è bello e importante. Discutere sapendo che la diversità di opinioni è una ricchezza cui non dobbiamo rinunciare. Discutere con leggerezza uscendo dalla virtualità dei social e di internet.

Ed ecco una seconda parola chiave: incontrarsi. Il mondo di internet e dei social è utile, se ben usato. Ci permette di entrare in contatto con le persone o di scoprire cose di cui neanche sospettiamo l’esistenza. Ma nel corso della giornata deve arrivare il momento in cui bisogna spegnere computer e cellulari, disconnettersi dalla virtualità e uscire di casa, dal guscio, per riappropriarsi delle strade, delle piazze, degli spazi aperti e riscoprire la bellezza dei luoghi che talvolta dimentichiamo o, peggio ancora, maltrattiamo.
Stasera vediamoci là”: era una frase in voga un tempo e oggi  passata di moda. Si usano le chat oggi per comunicare e vedersi
.
Noi abbiamo scelto un luogo pubblico, un bar, per incontrarci. Abbiamo parlato di noi e di libri. In fondo parlare di libri significa parlare di noi. Sono tante le considerazioni emerse su Elena Ferrante e la sua Napoli, su Carofiglio e la sua scrittura, su Camilleri e la sua Sicilia. E la Sicilia ci ha affascinato. E così abbiamo scelto come primo libro da leggere “I Leoni di Sicilia” di Stefania Auci, il best seller del momento.

Ne parleremo al prossimo appuntamento che in linea di massima è fissato per lunedì 16 dicembre alle 16:30 al Bar dell’800 di Ischia Ponte. È possibile che dato il periodo prenatalizio, ma anche la consistenza del libro, l’appuntamento slitti. In ogni caso su una cosa siamo tutti d’accordo: non è necessario leggere tutto il libro, la lettura deve essere un piacere non uno stress.  L’importante è incontrarsi e parlare.

Il gruppo è aperto a tutti. Mano a mano vi aggiorneremo sugli incontri. E se qualcuno non può venire o vuole seguirci da fuori Ischia, potrà sempre commentare sulla pagina FB anche  con suggerimenti e idee. Non dimentichiamo però che il nostro motto è: “stasera vediamoci là”.
Grazie a tutti per l’entusiasmo manifestato.

Un’ultima cosa prima di lasciarvi: il nuovo sito è ormai pronto. A breve sarà online. Per prendere nota dell’indirizzo basta un click > Al tavolo di Amalia 

Storie di Lacco Ameno: io e don Pietro Monti

di Mariangela Catuogno*

[Difficilmente mi lascio andare ad aggettivazioni forti quando commento qualcosa. Stavolta devo fare un’eccezione. Straodinario. Il modo in cui la nostra esperta ci racconta  di Don Pietro Monti, lo studioso, appassionato di archeologia, che ha avuto un ruolo fondamentale nella storia di Ischia, è davvero straordinario. Non aggiungo altro. Buona lettura. Laura Mattera Iacono]

Il mio caffè è stato appena consumato: nero, forte e intenso. E un po’ mi ricorda lui. Oggi vi racconterò di don Pietro Monti, della sua passione per l’Archeologia e dei suoi scavi nell’area archeologica sita sotto il complesso della Basilica di S. Restituta. Parlare di lui necessariamente significa raccontarvi anche di me, dei miei primi studi e di parte del mio odierno lavoro.

Se io ho voluto fortemente studiare i reperti di S. Restituta, don Pietro ha scelto l’argomento della mia tesi. Se io ho combattuto, lui ha vinto e mi ha regalato gli strumenti per poter leggere uno dei siti più straordinari delle prime fasi della colonizzazione greca in Italia, che ha un continuum storico praticamente ininterrotto attraverso fasi greche, romane, paleocristiane, tardoantiche e medievali.

Qui Al tavolo di Amalia, ho la possibilità di narrare di don Pietro e della sua poliedrica e singolare personalità, del suo essere uno studioso amante delle antichità ischitane, pronto a condividere scoperte, idee e osservazioni con tutti in un modo più intimo e personale.

Scavi a Ischia

Buchner e Don Pietro Monti

Del resto chi lo conosce sa quanto avesse un carattere spigoloso, determinato e autoritario. Me lo fece capire subito. Quando andai a parlargli, dicendogli che desideravo studiare per la mia tesi i materiali di S. Restituta, mi guardò e disse. “Cosa vuoi, giù non si può andare è freddo e umido!”. Era il mese di Agosto. Lui testava la mia voglia di fare l’archeologa, io resistevo. Era un premio da meritarsi! Sapevo che avrei dovuto attendere, passarono tre mesi, ci fu il colloquio con la funzionaria responsabile e si decise l’argomento: i pesi da telaio prodotti nelle officine di S. Restituta, il Kerameikos dell’antica Pithekoussai. Quanta delusione! Mi aspettavo altro materiale, feci rimostranze, mi rispose:” Lavora e non ti preoccupare!”.

Aveva scelto una classe di materiali comuni, poveri, ma che a S. Restituta testimoniavano una produzione ininterrotta fin dal primo impianto, che associandola, con altre classi di materiali, realizzati nelle sette fornaci del Quartiere, mi avrebbero consentito di conoscere cronologicamente tutta l’area e gli oggetti prodotti, alcuni di essi mi hanno permesso di fare confronti stringenti con altre realtà magnogreche.

E ho imparato una grande lezione: anche il più umile oggetto parla di uomini e l’obiettivo di una ricerca archeologica è quello di documentare come l’uomo si sia adattato al luogo e al momento storico in cui vive! Iniziò un lungo percorso di crescita umana e culturale, scandito da giorni di intenso lavoro gomito a gomito.

Cosa ha rappresentato don Pietro Monti per l’archeologia isolana? Un profondo amante della sua terra, l’uomo che ha voluto dimostrare che il culto alla Santa Protettrice dell’isola, S. Restituta, inizia qui a Lacco Ameno attraverso le testimonianze materiali e non solo letterarie, lo scopritore del quartiere artigianale dell’antica Pithekoussai, capace di dimostrare che i laboratori hanno lavorato ininterrottamente per otto secoli.

Mariangela Catuogno

Mariangela Catuogno

Cosa è stato per me don Pietro Monti? Nel 2008 durante gli Atti di Taranto, tenutisi presso il Castello di Baia, mi recai insieme alle mie colleghe, Nicoletta Manzi e Maria Lauro, lì fummo presentate da una funzionaria come le figlie di don Pietro, con un non troppo velato tono ironico, a David Ridgway.

Don Pietro non è amato dal mondo accademico dell’Archeologia italiana, è un uomo che ha coltivato in modo autonomo la sua passione archeologica e che rispettava profondamente il lavoro del Professore, Giorgio Buchner, quando poteva collaborava con lui, ma ha sempre mantenuto la sua autonomia.

Non era un archeologo e non sempre ha usato correttamente gli strumenti archeologici per la conoscenza del mondo antico, questo è successo anche per tanti che erano ritenuti archeologi nello stesso periodo, ma a don Pietro non si perdona.

Ha raccolto materiale in tutta l’isola durante le sue escursioni, la moderna survey, e grazie a lui, insieme alle segnalazioni di Giorgio Buchner, abbiamo una mappatura dei siti antichi di tutto il territorio isolano.

Per me don Pietro è stato un padre severissimo, mi ha insegnato a condividere le mie ricerche, mi ha sempre spinto a comunicare con semplicità le notizie archeologiche, a capire che il mestiere di archeologo è un servizio per la comunità alla quale rivolgere le informazioni nuove perché diventino patrimonio di tutti.

Quando venne a trovarmi sulla collina di S. Pietro a Ischia, dove stavo scavando, si sedette in mezzo allo scavo e mi domandò: “Che hai trovato?”. Gli mostrai le tegole del tempio. Rispose: “Le tengo pure io!”.  I miei occhi ridevano nei suoi.

Mariangela Catuogno Archeologa*L’autrice è archeologa, collabora con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area Metropolitana di Napoli e con la Diocesi di Ischia. È reperibile su FB cliccando qui > Mariangela Catuogno

Agricoltura a Ischia: le segnalazioni dei lettori

Sto scrivendo poco ultimamente su questo blog non perché manchi la materia  prima, i caffè al nostro tavolo, ma perché io che sono la “penna” del gruppo sono molto impegnata nella redazione della nuova pagina web de Al Tavolo di Amalia. Vi avevo già preannunciato tempo fa che il numero di lettori in costante crescita e i temi che affrontiamo meritano uno spazio diverso, più grande e più visibile. Tutto questo sta per diventare realtà. Ancora un pochino di lavoro e il nuovo sito sarà online.

Intanto però il dibattito su un possibile rilancio dell’agricoltura a Ischia sta riscontrando grande interesse, tanto che mi sono arrivate alcune segnalazioni di cui vorrei parlarvi.

Innanzitutto, mi segnala una lettrice,  una trasmissione su TV2000 dello scorso 28 ottobre si è occupata del pane. In studio diversi ospiti hanno trattato il tema del pane, del grano, del processo di panificazione, del prezzo al pubblico. Mi ha particolarmente colpito l’intervento del prof Luigino Bruni, un economista, che  innanzitutto si sofferma su un aspetto: “Oggi spendiamo più per dimagrire che non per mangiare”. E poi, parlando di agricoltura, sostiene un principio che mi sembra fondamentale: “Il mondo dei  contadini del passato ha dei valori, ma anche tanta sofferenza … non dobbiamo cedere alla nostalgia. Io oggi vorrei dei contadini che hanno il dottorato”. Altri esperti si soffermano sul punto in questione. L’agricoltura oggi richiede persone specializzate, magari laureate in Agraria o comunque con uno studio solido alle spalle.  Ed è ancora il prof. Bruni a concludere: “Non possiamo oggi accoppiare l’idea del contadino a quella dell’ignoranza, come una volta”. Un agricoltore deve essere istruito.

Chi volesse seguire l’intera trasmissione può cliccare su >Benedetta economia.  L’intervento particolarmente significativo del prof. Bruni è al minuto 38.50 circa. Comunque tutta la trasmissione è molto interessante.

Filippo Florio Altra segnalazione di rilievo. Una gentile lettrice mi chiede di parlare al nostro tavolo di alcuni esperimenti positivi che si stanno realizzando a Ischia nel settore agricolo. Non appena possibile sarà nostra ospite e ve ne parlerò.

Intanto ho visitato il mercatino agricolo che si tiene il sabato mattina a Ischia Porto e ho scambiato due chiacchiere con Filippo Florio che voi lettori già conoscete. “ In molte zone d’Italia – mi ha detto tra l’altro Filippo Florio  – un prodotto tipico locale viene valorizzato al punto da diventare quasi una bandiera della zona o della città. Un esempio? L’aceto balsamico. Perché a Ischia non succede la stessa cosa? Eppure di prodotti tipici ne avremmo, eccome”.

Laura Al Tavolo di Amalia

Laura Al Tavolo di Amalia

Ringrazio tutti voi lettori per queste belle segnalazioni. Tutti questi argomenti avranno grande spazio sul nuovo sito. Intanto voi prendete nota: l’indirizzo è www.altavolodiamalia.com

Una giovane pithecusana e il suo piccolino

di Mariangela Catuogno*

 

[Questa volta la nostra archeologa ci porta in escursione al Mann di Napoli, in particolare alla sezione Magna Grecia. La storia, tutta da gustare, ci dimostra quanto il patrimonio del passato sia presente nella società moderna. È  un esempio di tomba di una giovane donna rinvenuta  nella Necropoli di S. Montano a Lacco Ameno Buona lettura. Laura Mattera Iacono]

Reperto al Mann Napoli

Dalla tazzina sale su un gradevole profumo e questo caffè  pomeridiano  riattiva lo slancio delle idee intraprese al mattino. “Fare archeologia” significa apprendere nuove informazioni che provengono dalla ricerca, vagliare idee e progetti, interrogarsi sul modo più efficace di comunicare i vecchi e i nuovi dati che la disciplina archeologica offre. Se è vero che fin dalle epoche più remote l’uomo da sempre ha dialogato incessantemente con i suoi simili e con il paesaggio che lo circondava, per poter codificare tutto ciò, è necessario che un archeologo abbia come obiettivo principale non soltanto l’assimilazione delle informazioni che provengono dal passato, ma anche la capacità di inserire quelle informazioni in un messaggio chiaro, comprensibile a tutti, utile alla comunità che è erede di quel patrimonio, dove l’archeologo, mostrando l’identità molteplice della società antica, contribuisce a costruire quella della società moderna in cui vive.

Reperti al Mann

Recentemente ho visitato la sezione  Magna Grecia al Mann di Napoli, attesa da oltre vent’anni, è stato per me un bellissimo viaggio tra oggetti che amo e che oggi fanno parte di quel bacino di conoscenze che mi accompagna. Mentre passeggiavo in quelle sale ho ripercorso emotivamente gli anni di studio e tra i bagliori degli ori, i vasi per il banchetto e gli elementi architettonici, ad un certo punto ho letto: “ Nell’antichità gli uomini sono andati incontro alla morte circondandosi degli oggetti più significativi della loro vita. In età moderna, le sepolture antiche sono state oggetto dell’interesse dei tombaroli, mercanti e collezionisti. Oggi costituiscono dei documenti essenziali per lo studio delle società del passato”.

A questo punto mi sono venute in mente due tombe della Necropoli di S. Montano a Lacco Ameno, la 545 e la 546, scavate da Giorgio Buchner, oggetto di interpretazione da parte dell’archeologo Simone Porta. Entrambe le tombe offrono l’esempio delle due tipologie di rituale inumatorio attestate a Pithekoussai, quello per gli adulti di ceto medio-basso, in cassa di legno o nella nuda terra, e quello ad enchytrismòs , dove il corpicino degli infanti veniva inserito in un’anfora.

Le due tombe risultano intimamente connesse, cioè l’anfora che contiene il corpicino del bambino, è posizionata tra le gambe della donna sepolta. E’ evidente che chi ha deposto i due corpi voleva esplicitare il legame naturale e affettivo dei due defunti essendo stati deposti simultaneamente. Si tratta di una giovane donna morta di parto insieme al suo bambino.

Un dramma familiare che la società antica rielabora secondo i suoi codici, all’archeologo spetta una possibile interpretazione dell’ideologia funeraria e del contesto del corredo.

Unguentario

Il corredo della donna è composto da una brocca, una coppa, una coppetta tripode, un unguentario e una fibula: questi oggetti rimandano sicuramente al rituale funerario, che viene celebrato dai parenti della giovane donna e che trova nel consumo rituale del vino una espressione della società pithecusana.

Ma il Porta aggiunge altre osservazioni: la presenza dell’unguentario a forma di fungo di produzione fenicia, insieme alla coppetta tripode, sono indizi di un particolare consumo del vino, quello speziato come erano soliti consumare i fenici. Il corredo del bambino è invece composto da un piccolo anello di produzione italica, un coltello, una fibula, una coppa e cinque amuleti egizi: si tratta di un corredo molto ricco e che dimostra ampi contatti con i commercianti levantini. Il

Porta ipotizza che la donna a causa della presenza della fibula di tipo indigeno, sia una donna locale e che, a deporre i due corpi, sia stato un fenicio, che durante l’ultima libagione per i suoi cari ha ritenuto opportuno dichiarare anche la sua appartenenza etnica con una serie di oggetti di produzione fenicia o provenienti da circuiti commerciali in cui greci e fenici erano padroni indiscussi.

Corredo

Ci troviamo di fronte ad un caso eclatante di “matrimonio misto” teorizzato già da Giorgio Buchner: Greci e una piccola componente fenicia sposano donne locali. Il Porta conclude che queste due tombe possono essere un ulteriore “tassello nella comprensione delle dinamiche che furono il motore interno di quel melting pot che fu la società pithecusana”.

Durante le mie visite al Museo Archeologico di Pithecusae mi fermo sempre a parlare di queste due singolari tombe, poco note, ma che mostrano quanto complesso fosse l’organigramma sociale dell’insediamento pithecusano e quanti oggetti diversi, per forme e produzione, giungessero da tutte le parti del Mediterraneo sulla nostra isola.

Il racconto di questa giovane prematuramente venuta a mancare insieme al suo piccolino è il racconto di una donna con le sue attese e le sue speranze di madre, è compito dell’archeologia mostrare agli uomini di oggi gli uomini di ieri nella loro dimensione umana, sociale e culturale.

A fine settimana coloro che sono cattolici ricorderanno i loro cari ed ognuno di noi avrà i suoi ricordi e i suoi dolori, in seguito soffriremo per una morte prematura e inaspettata, tuttavia sapremo che non è la prima volta né l’ultima e avremo la consapevolezza, grazie alla nostra storia, che l’uomo in qualche modo continua il suo “incessante dialogo con i suoi simili e con il paesaggio che lo circonda”.

 

Mariangela Catuogno Archeologa*L’autrice è archeologa, collabora con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area Metropolitana di Napoli e con la Diocesi di Ischia. È reperibile su FB cliccando qui > Mariangela Catuogno

L’agricoltura a Ischia: una proposta dalla Pro Loco Lacco Ameno

Che c’entra Lacco Ameno con l’agricoltura?  È il Comune più piccolo dell’isola d’Ischia, molto noto per il mare, la Baia di S. Montano, le Terme valorizzate da Malcovati e Rizzoli, il Museo di Pithekusae, frutto di studi archeologici importanti, il Il Fungo di Lacco Amenocaratteristico Fungo.  Ma in un luogo così piccolo e bello, ha avuto spazio anche l’agricoltura? Pare proprio di sì.
Seguitemi, perché questa storia è davvero interessante.

Mi arriva una telefonata. È Annamaria Geladas, una mia vecchia amica:Vincenzo Morgera, presidente della Pro Loco Lacco Ameno, vorrebbe incontrarti per un caffè. La Pro Loco intende partecipare al dibattito che hai lanciato sul recupero dell’agricoltura a Ischia”. Accetto volentieri e ci incontriamo una sera in un bar del centro di Lacco.

L’agricoltura qui, in questa zona? Chiedo curiosa.  “Certo – mi risponde Vincenzo in passato le colline di questa zona, in particolare Crateca, alle falde dell’Epomeo, hanno avuto un ruolo importante nell’attività agricola di Ischia, soprattutto nella viticultura. E diciamo anche che rilanciare l’agricoltura significa difendere l’ambiente, il territorio, il mare, le acque termali dell’isola d’Ischia”.
Proposta AgriCultura Pro Lacco AmenoNon è un caso dunque che proprio l’attivissima Pro Loco Lacco Ameno sviluppi il progetto Ischia AgriCultura con il quale si vuole contribuire a recuperare la cultura della Terra, che negli ultimi tempi è andata scomparendo.
Più che di un vero e proprio progetto –  chiarisce ancora Vincenzo si tratta di una serie di idee concrete da sviluppare coinvolgendo tutti:  le Amministrazioni dell’isola, la  Scuola, gli imprenditori turistici e commerciali e quegli isolani che amano la Terra”.

Nel documento si sottolinea che Ischia è stata in passato soprattutto un’isola di Terra con solidi rapporti commerciali non solo in Italia, ma anche in Francia. È ben noto d’altra parte che l’isola per le sue stesse caratteristiche naturali dispone di un terreno fertile con potenzialità enormi.

Poi il turismo e l’edilizia selvaggia hanno contribuito a mettere in un angolino questa nostra cultura originaria che tuttavia sembra voler resistere. Esistono sull’isola iniziative lodevoli, come quella intrapresa dalla Pro Loco Panza che con Andar per Cantine adopera il mezzo di una sagra paesana per porre l’accento sulla vivacità della produzione vinicola ischitana.

Esistono inoltre alcune iniziative di privati e di imprenditori coraggiosi che intendono recuperare la cultura della Terra, sia per tutelare il territorio, sia per offrire ai giovani uno sbocco commerciale che affianchi l’attività turistica. Sono tuttavia iniziative che rimangono isolate e pertanto, fatta qualche brillante eccezione, non sempre riscontrano il successo meritato.

Vediamo in sintesi la proposta della Pro Loco Lacco Ameno
Testo proposta Lacco Amenoll primo passo è quello di coinvolgere le 6 Amministrazioni comunali al fine di creare un “marchio Ischia” per i prodotti locali. Il nome “Ischia” è spesso adoperato a fini speculativi, con un marchio si garantirebbe la provenienza reale del prodotto. Inoltre le Amministrazioni dovrebbero  individuare le aree nelle quali è possibile intraprendere le coltivazioni e studiare una serie di incentivi per quei giovani che volessero coltivare la terra.

Parallelamente bisogna coinvolgere la Scuola. L’Istituto Agrario, che sembra aver avuto poco successo, deve proseguire nella sua attività, perché oggi più che mai in agricoltura sono necessarie formazione e competenze specifiche.

Inoltre è indispensabile mettere in collegamento tutte quelle persone, quelle associazioni, quegli imprenditori che hanno interesse al recupero dell’attività agricola. Se si cammina insieme, si arriva più lontano.

Infine è necessario studiare un sistema di incentivi per albergatori e ristoratori che intendano mettere in tavola prodotti con il marchio “Ischia”.

Ringrazio per l’interessante caffè e lancio il dibattito con alcuni spunti di riflessione.

Innanzitutto una considerazione: molte persone sostengono che a Ischia la gente non ha più voglia di lavorare la terra, probabilmente perché l’agricoltura evoca ricordi di fatica e miseria. Per vincere questo pregiudizio, io credo  che bastino buoni esempi imprenditoriali. Se un giovane diplomato all’Agrario avvia una piccola azienda agricola e ottiene un minimo di successo economico, in tanti seguiranno l’esempio.

Io temo che i problemi siano altrove. Ecco una serie di domande. Quali sono le aree attualmente coltivabili a Ischia ? Si possono raggiungere senza cementificare, costruendo strade che snaturerebbero i luoghi e  sulle quali presumibilmente spunterebbero ville come funghi? Quali sono le leggi italiane, le direttive e i regolamenti europei in merito all’agricoltura? Esistono a Ischia consulenti legali e commercialisti esperti in materia  che possano aiutare i giovani?

E infine, forse la questione più difficile: come possono essere commercializzati i prodotti locali? Avrebbero mercato solo a Ischia o riuscirebbero a vincere la concorrenza anche in continente?
Parliamone …

Anna a Ischia: Reggitana o Reggina?

Roberta. Ph: MarialuisiaDiCostanzo

Quanto è bella la gente di Reggio Calabria”, mi dice Roberta mentre lasciamo il bar Calise nel quale ci siamo incontrate con Anna, un’altra Reggitana in vacanza a Ischia.  Negli ultimi tempi ci è capitato spesso di incontrare gente di Reggio.

Anna è una mia vecchia amica, ci siamo conosciute quasi per caso e dal nostro ultimo incontro sono trascorsi circa 35 anni. Lei studiava a Messina, veniva a Napoli di tanto in tanto per completare la sua tesi di Laurea.  Soggiornava da noi, in quel mitico appartamentino di via Marina  che in quel periodo condividevo con altre ragazze di Reggio.
Ancora una Reggitana a Ischia, dunque?  “Ma noi siamo Reggini – mi corregge AnnaReggitano è dialetto e quasi dispregiativo”.  Eppure a me tornano in mente le parole di Irene, che oggi vive a Siderno: “ Focu meu. Reggina è solo la squadra di calcio. Noi siamo Reggitani”.

Problemi linguistici a parte, le cose da dirci sono tante.
Cosa hai fatto in tutti questi anni?” le chiedo.  E ci sarebbe tanto da raccontare. “Dopo la laurea sono stata per qualche anno a Milano, ma poi sono tornata a Reggio. Sono una provinciale, io”, mi dice con quello stesso sorriso di un tempo, solare, inconfondibile. “Ho fatto diversi lavori:  ho aperto un’agenzia di viaggi, poi sono stata consulente per pubbliche relazioni e tanto altro”.  Non tutto è andato per il verso giusto, non tutto va bene al Sud per il lavoro.
Ci sarebbe tanto da fare da noi al Sud – continua Anna  – ma le cose buone non decollano mai”.  E chissà perché.  È inevitabile ricadere nei nostri ricordi.  “Ma perché quando soggiornavo a Napoli,  non sono mai venuta a Ischia in quei fine settimana? E perché non ce ne andavamo in giro per Napoli e dintorni?”, si chiede oggi Anna incantata da quel poco che ha visto di Ischia.

Eravamo prese da altro. Dalla Laurea, dai nostri sogni, dal nostro futuro. E poi quella era una Napoli cupa, triste. Il terremoto di pochi anni prima aveva messo in ginocchio la città che era ridotta a un cumulo di ferraglia, di tubi innocenti. E tra l’altro quell’appartamentino di via Marina era confinato in una zona in cui, all’epoca,  al calar del sole cominciava il coprifuoco. Negozi chiusi, pochissima gente in strada. Eppure noi trovavamo sempre il modo di divertirci. Quante risate, quanti episodi curiosi, quante giornate a consolarci per gli esami che non finivano mai.  È inevitabile soffermarci su Menuccia, la nostra amica scomparsa solo qualche mese fa. Lei a Milano ci era andata per rimanerci e aveva fatto strada.  Ma la dolcezza dei ricordi prevale sul dolore. È come se Menuccia fosse lì, seduta al tavolo con noi.

Amalia, Teresa e Anna di Reggio Calabria

Dopo qualche giorno invito Anna a prendere un caffè a Ischia Ponte. Lei ci tiene a conoscere il nostro ormai famoso tavolo. Non c’è Roberta, che è partita per i suoi impegni universitari. Ci sono Amalia e Teresa. Le raccontiamo di noi, di come è nato il gruppo, la nostra amicizia. Le spiego come ho cominciato a raccontare chiacchiere e caffè prima sui giornali e poi sul blog. Le parliamo delle nostre passeggiate, del nostro modo di vivere Ischia.

E io ci tengo a sottolineare una cosa: “Quando dopo la Laurea mi sono stabilita a Ischia, ho sofferto di solitudine. Non mi ci ritrovavo in questo ambiente. Poi, grazie a loro, è andato tutto molto meglio”.
Anna sembra apprezzare molto. “E il Centro Traduzioni Le Copain?” mi chiede. E qui affiora un pizzico di tristezza. Dopo lo scioglimento della società – le spiego – ho lasciato perdere per il lavoro ogni idea di gruppo e di collaborazione . Oggi preferisco contare solo su me stessa. Mi occupo di traduzioni dal tedesco e di scrittura per il web. Insomma, vado avanti. “Fai quello che ti piace e vai avanti – mi dice lei sorridendo – con le competenze che hai acquisito, sicuramente farai bene”.Questa volta sono io a sorridere.
Ci accomiatiamo da Amalia e Teresa e andiamo a farci un giro in macchina. Prendiamo la strada per Barano, svoltiamo per Fiaiano, le indico i sentieri delle nostre colline, la zona del Cretaio, l’accesso al bosco della Maddalena. Arriviamo a Casamicciola e l’accompagno fino al suo albergo al centro di Ischia.  Ci salutiamo con la promessa di tenerci in contatto e di rivederci presto. Con un sorriso, naturalmente.
Quando mi siedo al mio tavolo di lavoro, ripenso  alle parole di Roberta: “Quanto è bella la gente di Reggio Calabria”.

Inos, il primo artigiano d’Ischia

di Mariangela Catuogno*

[Ischia era per gli antichi Greci Pithekoussai. Da cosa deriva questo nome? Secondo alcuni studiosi Pithekoussai significa isola delle scimmie. L’ipotesi ha una sua precisa motivazione, come ci spiega Mariangela Catuogno presentandoci un frammento rinvenuto sulla collina di Mezzavia a Lacco Ameno. Buona lettura. Laura Mattera Iacono ]

Stamattina mentre creavo come d’abitudine, giocando col cucchiaio, un piccolo vortice nella tazzina del mio caffè, ad un tratto sono apparsi nella mia mente immagini di gorghi e visioni dantesche, l’Averno e i Cercopi, infine le scimmie e Pithekoussai. Andando avanti, mentre è rapidamente scomparso il liquido nero tanto amato dalla tazza, per associazioni di immagini ho pensato ad un frammento di cratere scoperto nel sito del Quartiere artigianale di Mazzola sulla collina di Mezzavia, che reca dipinto un animale particolare all’esterno della vasca.

Frammento del cratere

Perché questo frammento l’ho associato ai Cercopi, alle scimmie e a Pithekoussai? Perché c’è stato uno studioso, il Peruzzi che ha riconosciuto in questo frammento l’immagine della scimmia collegandolo all’etimologia di Pithekoussai. Andiamo per ordine.

Nell’immaginario greco l’Ade era collocato presso l’Averno e i Cercopi, furfanti e creature estremamente furbe, rappresentavano la selvatichezza e la ruberia dei popoli arretrati, insomma i barbari ovvero ciò che era inteso come altro dal mondo greco, collocati per alcuni autori, dopo essere stati puniti da Zeus, nell’isola di Ischia e Procida ai margini del mondo e vicini agli Inferi.

I Cercopi erano spesso raffigurati in sembianze scimmiesche per mostrare la loro ferinità, insomma un golfo popolato da genti con le sembianze di scimmie……ovvero Pithekoussai, l’isola delle scimmie. Partendo da questo racconto mitico il Peruzzi interpreta l’immagine dipinta sul cratere di Mazzola come la prova che Pithekoussai rimandasse nell’immaginario greco alle scimmie, tanto da raffigurarlo anche sulle ceramiche di uso quotidiano. Ma inquadriamo cronologicamente e tipologicamente il frammento.

Quest’ultimo, datato alla seconda metà dell’VIII sec. a.C., è proprio di un cratere prodotto a Pithekoussai, proviene dall’unica struttura adibita ad abitazione del Quartiere metallurgico di Mazzola a Lacco Ameno, la casa absidata del capo dei fabbri pithecusani. Sulla vasca presenta una singolare raffigurazione: un animale raffigurato frontalmente con una barbetta e al lato una coda. Quando Giorgio Buchner nel 1972 pubblicò la notizia della scoperta del sito di Mazzola, inserì tra i reperti rinvenuti nello scavo il nostro frammento, perché per la prima volta si trovava raffigurata in ambito coloniale l’immagine di una sfinge, ma soprattutto anche perché l’artista straordinario, che realizzò il manufatto, ne rivendicava la paternità.

Descrizione del frammento

Ci troviamo di fronte alla prima firma di vasaio greco in Occidente: …Inos m’epoiese ovvero ….Inos mi realizzò!

Ed ecco a mio avviso il dato straordinario che vien fuori, l’orgogliosa rivendicazione di …Inos, purtroppo il nome ci è giunto incompleto, di essere l’autore di questo straordinario vaso. Il verbo poieo che significa fare/plasmare viene qui utilizzato per affermare che non solo è stato l’autore della forma del vaso- il vasaio- ma anche il decoratore- il pittore-. Perché sottolineo ciò? Per una ragione semplice: questa iscrizione dipinta dimostra che vasaio e pittore sono il medesimo artigiano durante l’VIII sec. a.C., dopo non sarà più cosi! Studiando opere posteriori si può tranquillamente osservare che spesso un vaso era plasmato dal vasaio, ma veniva decorato dal pittore e su di esso veniva apposta una duplice firma. Come al solito un piccolo frammento svela la storia degli uomini.

A questo punto resta da chiarire: scimmia o sfinge? Perché Giorgio Buchner aveva interpretato l’immagine come quella di una sfinge? La produzione ceramica tardo-geometrica rappresenta gli esseri umani e animali generalmente di profilo per una ragione ben precisa: il volto in posizione frontale è proprio degli dei e dei mostri, che possono ordinare, ammaliare, circuire gli uomini. A ciò si aggiunge la barbetta e la coda tipici di questo animale mitico dalle sembianze semiumane.

Il tentativo del Peruzzi, dunque, è stato quello di ancorare ad una tradizione letteraria sui toponimi ischitani, antica e a volte tendenziosa, una testimonianza archeologica nello sforzo di voler chiarire una lectio difficilior, ovvero una interpretazione di difficile comprensione, delle fonti antiche.

L’interpretazione di Buchner appare quella più convincente, come sempre frutto di una attenta riflessione sul dato materiale noto, dunque accogliendola non si tratta di “adorare le ceneri” a priori di un grande maestro, poiché sarebbe il più grande torto che si potrebbe fare al lavoro e all’onestà intellettuale di Giorgio Buchner.

Mi piace invece “ancorare” i dati, che ci fornisce questo piccolo frammento, alla storia di Ischia: quella orgogliosa firma dipinta durante l’VIII sec. a.C. inaugura una strada lunghissima di artigiani-artisti che realizzano oggetti in ceramica con la nostra argilla, su quest’isola dove gli influssi provenienti da tutto il Mediterraneo arrivano e creano una nuova sensibilità, di cui oggi quando riempiamo le nostre brocche col vino, dobbiamo essere eredi consapevoli di una tradizione millenaria.

 

Mariangela Catuogno Archeologa*L’autrice è archeologa, collabora con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area Metropolitana di Napoli e con la Diocesi di Ischia. È reperibile su FB cliccando qui > Mariangela Catuogno

L’agricoltura a Ischia: un dibattito interessante

L’agricoltura a Ischia può essere valorizzata e modernizzata, senza violentare le vie di accesso ai terreni agricoli? E in più in generale, è possibile recuperare l’attività agricola sull’isola d’Ischia? Sono domande che vi ho proposto nei miei post sulla passeggiata al borgo di Casapane a Fontana.

Il tema è molto complesso e sentito. Alcune persone mi hanno risposto in privato, dicendo che i giovani non sono interessati all’agricoltura perché troppo legata a periodi in cui a Ischia si pativa la fame. Altri sostengono invece che il lavoro della terra è considerato troppo faticoso.

Devo dire che nessuna delle due ipotesi mi convince. Oggi l’attività agricola si pratica in maniera completamente diversa rispetto al passato e, quanto alla fatica, possiamo dire, senza tema di smentite, che oggi tutto è faticoso. Il mondo del lavoro non è più tutelato come un tempo,  gli orari sono talvolta massacranti e la redditività non è quasi mai certa.

Perché dunque l’attività agricola a Ischia non attira? A questo proposito sulla pagina FB  Al Tavolo di Amalia proprio a margine del primo post su Casapane si è sviluppato un interessante dibattito, introdotto dalla mia guida Rosanna Sasso che sostiene: “Ischia è terra tufacea, poco fertile, molto arida, è difficile capire quanta acqua dare alle piante, quanto concime, molto spesso i terrazzamenti sono stretti e bisogna zappare a mano…
A questo punto, proprio su invito di Rosanna Sasso, interviene un esperto, Filippo Florio, un agricoltore, che scrive testualmente:  “I nostri Comuni sono assenti con i piani di insediamento produttivo, per cui è difficile attingere ai fondi PSR [Programma di sviluppo rurale], non abbiamo i De.co [Denominazione comunale] per tutelare e valorizzare i nostri prodotti di nicchia, super richiesti, non abbiamo la nafta agricola… Tutte cose che allontanano dal mondo agricolo.
Esempio: abbiamo acquistato delle pecore per pulire i sentieri, siano passibili di multe ed altro perché mancano i piani pascolo. Consumiamo il 40% delle carne nazionale di coniglio, non abbiamo un disciplinare che tuteli questa tradizione”. E conclude:
“I giovani si spaventano della burocrazia per imbottigliare, per macellare, per confezionare… Leggi che agevolano ci sono in Toscana, anche in Calabria… Da noi no. Tutto questo va cambiato
Oggi ci sono fondi per tutelare con alberi il degrado e le frane, ci sono fondi per il recupero delle colline... I giovani che hanno voglia vanno incentivati

Quindi il problema nasce principalmente dall’assenza della politica?  Io spero che l’intervento di Filippo Florio –  che ringrazio per aver acconsentito alla pubblicazione sul blog del suo intervento – possa innescare un dibattito.

In ogni caso a Ischia c’è ancora chi coltiva la terra anche solo per passione. Nella foto l’orto del papà di Rosanna Sasso.

Borghi di Ischia: gli archi di Casapane a Fontana

A conclusione della mia passeggiata a Fontana, vi propongo alcune foto di uno dei tratti caratteristici del borgo di Casapane: i portali ad arco. Alcuni sono ancora in buono stato, altri sono lasciati a se stessi, pur rimanendo bellissimi.
Una domanda agli esperti: non è possibile un’operazione di recupero?

 

arco di passaggio

vicolo

Dal terrazzo di Pupetta

arco allargato

arco di passaggio

Portale Villa Thomas

E devo dirvi che il discorso non termina qui, perché grazie ad alcuni lettori, sulla pagina FB si è scatenato un appassionato dibattito sull’agricoltura e sulle possibilità di recupero dell’attività agricola a Ischia. Ve ne parlerò presto.

Borghi di Ischia: le foto di Casapane a Fontana

Queste sono solo alcune delle foto della passeggiata a Fontana. Ne seguiranno altre

Dal Terrazzo della casa di Pupetta

La piazzetta

 

 

Nelle costruzioni antiche i bagni erano collocati all’esterno

La casa di Pupetta

Lampadario con foglie di fico

 

 

In piazza 

Antica fontana

 

Lungo il sentiero 

Una volta stalle per muli, oggi depositi

 

Sicuramente seguiranno altre foto, anche perché un capitolo a parte dovrà essere dedicato agli archi. A presto